Se i muri potessero parlare

Bernauer Straße è una via storica a Berlino; qui sono successe tante cose ed è tutt’oggi un “pegno dantesco” perché ha le stimmate del muro, abbattuto il 9 novembre 1989, ancora visibili. E’ qui che sorgeva la “Todesstreifen”, la striscia della morte, oggi solamente rievocata, lungo la strada, da un recinzione di ferro ricostruita nel Memoriale. La storia aveva squarciato la quotidianità in questa zona nelle cose più semplici: non era più possibile, per esempio, usare la metro perché un pezzo di muro occludeva l’uscita. In questa via, nel 1964, dal pavimento di una panetteria, un gruppo di studenti di Berlino Ovest, guidati dal 25enne Wolfgang Fuchs e dal futuro astronauta Reinhard Furrer, scavarono un tunnel, di 145 metri per 90 centimetri, per far fuggire gli abitanti dell’altro versante. Terminava in un gabinetto pubblico in un cortile in Strelitzer Straße. Venne scoperto dopo un paio di giorni, ma 57 persone riuscirono a fuggire dall’altra parte del mondo.

E’ una delle tante storie legate ai tentativi di fuga dal potere della DDR, un simbolo proprio come l’istantanea di Conrad Schumann, una guardia di frontiera di 18 anni che, il 15 agosto del 1961, appena tre giorni dopo l’inizio dei lavori per erigere il muro, decise di saltare il filo spinato, diventando così il primo disertore della Germania orientale. Peter Leibing, un giornalista della Germania Ovest, riuscì a immortalare con uno scatto il salto verso la libertà e Schumann divenne, così, un eroe del mondo libero e un simbolo della Guerra Fredda. Questo scatto, ingrandito e immortalato su una parete che si affaccia su Bernauer Straße, è la prima cosa che si nota, oggigiorno, uscendo da quella stessa fermata dell’U-Bahn chiusa per quasi 30 anni.

Camminando per qualche metro, però, non si può rimanere indifferenti a un gigantesco murales realizzato temporaneamente e che immortala nella sua durezza, tutta la crudeltà che i berlinesi hanno dovuto vivere. Un pezzo di carne, vivo, rosso e intenso, tagliato in due da una lama sulla quale è impressa la scritta “Berlino 1961-1989”. “Wenn Wände sprechen könnten” (se i muri potessero parlare) era il tema del concorso promosso da Talenthouse, una piattaforma online che raggruppa talenti creativi. Tra le 396 proposte provenienti da 60 Paesi di tutto il mondo, è stata scelta e premiata l’idea di Marcus Haas, poi concretamente realizzata dalla crew Xi-Design assieme agli street artist Size Two e Mario Mankey. L’opera arriva dritta all’osservatore che si isola nel contemplarla e in sé scatta un tentativo di immaginazione e di immedesimazione, nel tentativo di capire la separazione tra Germania Est e Ovest e le barbarie di un potere che ha ucciso quasi 200 persone. Duecento vite umane, ferite profonde e ancora sanguinanti nella coscienza tedesca; tagli dolorosi come quelli della lama rappresentanti nel murales.

Osservando da vicino l’opera, inoltre, si può vedere, tra le venature e le linee di grasso, il profilo della città di Berlino divisa nei diversi quartieri. Le immagini, ciclicamente, ci riportano a quella sera del 9 novembre 1989, alla speranza che filtrava accecante dalle spaccature di un muro che si stava sgretolando su sé stesso; a Berlino, quella dannata barriera della morte rimane custodita nella memoria di chi vive e non vuole dimenticare. Anche se, come una lama tagliente, fa ancora male.

L’articolo è anche sul numero di novembre di Are you Art? Clicca sull’immagine per sfogliare il magazine!

copertina-novembre-2016

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