Sui palazzi del terremoto dell’Aquila, la street art lascia un messaggio: noi esitiamo

A Paganica le cicatrici del terremoto pulsano ancora. Anche la frazione dell’Aquila si è inginocchiata, sconvolta dalla ferocia del terremoto dell’aprile 2009 che portò alla morte di 309 persone, circa 1600 feriti e più di 80mila sfollati. Edifici crollati, vite spezzate tra calcinacci e travi di chiese, abitazioni secolari, messaggi di cordoglio, la tenacia di una popolazione che si è rimboccata le maniche, canzoni di supporto, sciacallaggio di politici e continui sfibranti ritardi: nella tragedia del capoluogo abruzzese c’è molto di quel fare tutto italiano sospeso tra tradizione e speranza, voglia di riscatto e vizi atavici. Qui, mentre la vita va avanti, gli abitanti aspettano che qualcuno possa ricucire gli squarci tra due esistenze spaccate dalla scossa delle ore 3.32 del 6 aprile 2009, ma quel qualcuno non è mai arrivato e, così, le crepe e le case pericolanti sono i segni indelebili di una presa in giro.

Prima di rimuovere i fatti con una frettolosa pulizia della cronologia, prima di spegnere i riflettori e per dare fiato a grida afone di esistenza, è la street art a colpire, ancora un volta, con uno schiaffo alla nostra credibilità italiana piena di controsensi: dal 10 giugno fino al 1° luglio sei artisti hanno realizzato le loro opere rianimando le pareti del centro storico di Paganica, una delle zone più colpite dal sisma. Il progetto rientra nella terza edizione del Re_Acto fest, la rassegna di street art e cultura urbana che focalizza i suoi eventi proprio attorno al capoluogo abruzzese. L’edizione 2016, promossa dall’associazione Re_Acto e dal sindacato Pensionati Italiani SPI-CGIL, nell’ambito delle attività legate alla festa annuale del mensile LibertEtà, che si è svolta a L’Aquila dal 29 giugno al 1 luglio, è stata intitolata “Effimera Edition”. Un nome pungente, quanto mai attuale e che rimanda a una duplice valutazione, una in seno all’arte di strada, l’altra pensando a Paganica: «Il nome “Effimera Edition” – spiegano gli organizzatori sul sito del progettosi riferisce da un lato alla natura stessa della street art, le cui opere non sono create con l’intento di durare nel tempo, e dall’altro, alle pareti su cui sono realizzati i murales, che appartengono a edifici inagibili destinati alla ricostruzione, instaurando quindi un rapporto dialettico e di forte significato tra scomparsa dell’opera d’arte e ripresa della vita nell’edificio».

L’intento è volutamente provocatorio: effimero ed evanescente è tutto ciò che circonda attualmente gli abitanti, in un contesto nel quale i panorami e i vecchi punti di aggregazione sono mutati alla mercé di confini e spazi continuamente labili. Un borgo antico che vuole ricostruirsi una nuova identità, ma per farlo devono essere abbattuti i vecchi muri, quelli pericolanti e deteriorati sui quali gli street artist hanno lasciato il loro segno: se queste opere a Paganica avranno vita breve, si augurano quelli di Re Acto, è perché le pareti crolleranno per far spazio a nuovi edifici e a nuovi servizi. E’ un’idea estrema che rientra appieno nel lento processo di recupero post-sisma che coinvolge non solo il centro, ma anche le frazioni: dalla sua nascita nel 2014, l’associazione Re_Acto si è, infatti, spostata anno dopo anno, interessandosi prima del nucleo centrale aquilano, poi delle case emergenziali e, ora, della periferia, creando un tessuto di ricostruzione culturale e sociale.

Proprio come i fili e i cavi realizzati da Ironmould, street artist che viene dalla Basilicata, i quali, rappresentando le periferie, intrecciandosi e giocando con la prospettiva su due edifici attigui, si muovono fluidi verso un punto concentrico che rappresenta L’Aquila. Poi, girando per le strade, si instaura un gioco di sguardi, visi e sentimenti: dai volti malinconici realizzati dagli artisti romani Solo e Diamond a quelli sorridenti di due anziani che portano la firma di Noire. Una “stretta di mano” generazionale con un velo di tristezza e un’aria sospesa come l’opera, che abbraccia l’intera facciata di un edificio, realizzata a due mani da DesX e Darek Blatta.
Sono passati sette anni dal terremoto, la ricostruzione non è terminata e in molti non sono ancora ritornati nelle proprie case. La street art ha lanciato il messaggio: è ora di svegliarsi.

L’articolo è sul mensile di luglio di Are you Art? Clicca sulla copertina per sfogliare la rivista

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