C’era una volta Fukushima

Sono passati 5 anni dall’11 marzo 2011, quando il Giappone fu devastato da un violento terremoto a cui fece seguito uno spaventoso tsunami. Tra numerose vittime, sfollati e crolli, vennero danneggiati anche i sistemi di sicurezza e di raffreddamento dell’impianto nucleare di Fukushima Dai-ichi. La Tepco, la società che gestisce il reattore, dopo alcuni giorni confermò la fusione del nocciolo dei reattori 1,2 e 3 con conseguente rilascio nell’aria e nelle acque di numerose sostanze radioattive. Dopo più di un mese dalla tragedia, era il 20 aprile, il governo giapponese stabilì attorno alla centrare di Fukushima un’area di divieto di circa 20 km di raggio, vietando, di fatto, l’ingresso a chiunque.

I fotografi francesi Carlos Ayesta e Guillaume Bression sono tornati ciclicamente in questa zona fantasma, ma piena zeppa di ricordi e di vita, realizzando un progetto suddiviso in varie sfaccettature dal titolo “No-Go Zone” (che è il nome anche di questa area). Più di 80mila cittadini hanno dovuto mettere nelle valigie giusto un paio di effetti personali prima di fuggire seguendo gli ordini del piano di evacuazione. Altri abitanti hanno deciso spontaneamente di scappare dalle loro dimore per evitare ulteriore inalazione di particelle radioattive. Le tracce dell’uomo sono poco a poco scomparse, inghiottite da una natura che si è ripresa lo spazio: a dominare il paesaggio, infatti, ci sono piante, rampicanti ed erbacce che nel giro di qualche anno hanno coperto case, strade e automobili.

Gli edifici sono praticamente irriconoscibili: in alcune circostanze quando i profughi nucleari sono tornati indietro, hanno avuto difficoltà a riconoscere le loro abitazioni, i luoghi di lavoro e le scuole. I fotografi hanno chiesto ad alcuni ex-residenti di accompagnarli nella No-Go Zone per scattare delle foto quotidiane, rivivere dei momenti passati, catapultati e immersi in una realtà evanescente e malinconica tra cibi scaduti e cocci, in quel mondo cristallizzato che i fotografi hanno chiamato la “Pompei dell’era moderna”.

 

 

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