Un po’ di grigio per scacciare cornici dorate e hashtag che ingabbiano la street art

Immaginate un’opera realizzata in strada, staccata dal muro e messa in una cornice all’interno di una galleria, sotto l’occhio di presunti fini disquisitori col papillon, tra hashtag e foto fatte girare sui vari social network. E’ una visione carica di immagini, è grottesca, ma per quanto possa sembrare irrealistica, denuncia una blasfemia che pian piano sta marchiando la street art, o meglio, è come vorrebbero farla diventare figure esterne di questo mondo e di questo gioco. In molti hanno fiutato l’affare e stanno cavalcando l’onda mediatica che questo genere artistico traina con sé: attorno gravitano enti pubblici o privati, galleristi, critici d’arte, artisti che operano su commissione, cittadini curiosi, appassionati, writers che mai si identificheranno col genere, giornalisti, tanta visibilità “social” e un mercato che da questa corrente vuol trovare soldi e guadagno. Tanti micro-aspetti figli di una rivoluzione che, a suo modo, ha portato l’arte e i suoi ideali su piani differenti rispetto al passato, marcando un nuovo percorso affascinante, fatto di “mi piace” e di condivisioni, ma anche molto insidioso.

Un punto di non ritorno è stato il gesto di Blu che, a partire dalla notte di venerdì 11 marzo e per tutta la giornata di sabato 12, assieme a dei ragazzi dei centri sociali, ha cancellato, con della vernice grigia, alcune sue opere realizzate negli anni passati a Bologna. Su un post pubblicato su Facebook, l’artista ha scritto: «A Bologna non c’è più Blu e non ci sarà più finché i magnati magneranno; per ringraziamenti o lamentele sapete a chi rivolgervi». Una protesta contro l’apertura della mostra “Street Art – Banksy & Co: L’arte allo stato urbano”, organizzata dalla fondazione privata Genus Bononiae che nelle ultime settimane ha letteralmente staccato alcuni murales per la propria esposizione. S’è creato un evidente cortocircuito nel quale coloro che in passato etichettavano i graffiti come vandalismo, ora si ergono a paladini difensori della street art; ed è il collettivo Wu Ming a spiegare come la mostra sia «il simbolo di una concezione della città che va combattuta, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi». E ancora: «Di fronte alla tracotanza da landlord, o da governatore coloniale, di chi si sente libero di prendere perfino i disegni dai muri, non resta che fare sparire i disegni. Agire per sottrazione, rendere impossibile l’accaparramento». In questa vicenda, come prevedibile, si sguazza nei paradossi e controsensi al punto tale che sono “gli altri” a decidere cosa è arte e cosa è vandalismo: sempre a Bologna, qualche mese fa, è arrivata la sentenza di una multa pecuniaria ai danni dell’artista Alice Pasquini per aver “imbrattato” nel 2013 alcune zone degradate della città felsinea.

Sarebbe necessario, verrebbe da dire, fornire a tutti un vademecum o un libretto delle istruzioni su come correttamente maneggiare quello che si ha in mano: la strada, luogo per antonomasia di condivisione, di apertura e di socializzazione, è uno spazio soggetto all’imprevedibile che segue le sue dinamiche e anche la street art, che su quei muri nasce e vive, dovrebbe seguire le stesse regole e morire lì. Perché è effimera, ha fatto un poetico patto con il trascorrere del tempo, con la vernice che sbiadisce, l’intonaco che vien giù, l’erosione del muro o la carta del paste-up che si deteriora a causa delle intemperie o semplicemente con l’atto umano. Alcuni parlano di civiltà e di buon senso come cartina tornasole dell’evoluzione di una città, in altri casi, invece, la salvaguardia dell’opera di strada è schizzata a livelli così esasperati che si è arrivati a porre delle teche per preservare le opere (è successo a Banksy). E’ innegabile, ci troviamo dinanzi ad una traslazione di concetto: l’arte dei muri al pari di quella esposta nei musei. Quante volte, infatti, leggiamo la frase fatta “una tela a cielo aperto”?

Ma alle volte basta semplicemente ascoltare il pensiero dei diretti interessati, come un intervento di Madame Moustache all’Università di Bari, di cui già ne avevamo parlando in un numero passato di “Are you art?”. Per i moderni, i curatori di gallerie, l’arte va incorniciata perché la cornice conferisce dignità ed immortalità all’opera, ma non per lei che, anzi, vede l’intervento urbano come un parto concepito dalla mescolanza tra città e artista. E’ un gesto di abdicazione: l’autore cede al muro la sua traccia, adesso appartiene a tutti e, per l’artista francese, più sull’opera si trovano segni di pennarelli, di deterioramento o di strappo, più sente di aver raggiunto il suo scopo. Ma è un concetto che non tutti capiscono e assimilano: estremizzazione di tale ideale reazionario porta, per esempio come è successo a Palermo, a sradicare e fare propri elementi urbani della città sui quali erano rappresentate delle opere dello street artist francese C-215.

E’ indubbio, inoltre, che anche la street art, così come ogni gesto della nostra quotidianità, si sia lasciata attrarre dal buco nero dei social: è affascinate poter ammirare opere realizzare dall’altro lato dell’emisfero, conoscere “virtualmente” lo stile di un artista, i suoi colori e i suoi tratti e magari ritrovarseli un giorno su un muro dietro l’angolo di casa. Sono nati gruppi e community di utenti che hanno iniziato a fotografare quello che li circonda, trasformandosi in “cacciatori” e attraverso il web è possibile intavolare discussioni, sensibilizzare le masse su un fenomeno e porre l’attenzione su un argomento coinvolgendo diverse città e realtà, così come è stato per il progetto #IoNonMiLascioFregare raccontato sul numero precedente. Ma c’è anche un rovescio della medaglia più cupo e che può racchiuso nello sfogo, sempre su Facebook, di Klevra, noto artista capitolino: «Io dipingo per il piacere di farlo e fare street art è tutt’altro che questo…Sono molto perplesso sul futuro di questo movimento ormai schiavo dell’apparire della visibilità e dei like nei social, nato per svegliare le masse si ritrova imbrigliato in perversioni che fino al giorno prima accusava e rinnegava!».

La visibilità o presunta tale sta diventando un cancro per ogni atto che presuppone un briciolo di creatività: viviamo, inoltre, in un’era dove la fotografia, nata come atto del ricordo e della memoria come avveniva nel passato, ora è atto del presente, del vivere l’istante solo se immortalato da un selfie. Giriamo talmente tanto con lo smartphone in mano che Bansky, nella sua ultima opera (Codette, protagonista de “Les Misérables”, che piange a causa del gas lacrimogeno) realizzata su una parete dell’ambasciata francese a Londra, ha installato un QR Code che rimanda a un video sulle proteste nella Giungla, il campo profughi di Calais. Lo stencil adesso non basta più per comunicare: si è passati su un altro piano di dati e informazioni.

All’interno della street art è in atto un cambiamento ed è da mettere in conto princìpi di evoluzione e altri atteggiamenti prettamente involutivi. Nella democratica pluralità delle voci, però, quella della banalità e della semplificazione forzata rischia di prendere il sopravvento: una preoccupazione alimentata da chi dinanzi a un’opera non si fa più domande, non si sforza di capire il senso di un movimento e che scambia termini con approssimazione (sempre attuale, sui giornali, il vandalo che scarabocchia cuori o peni confuso per un writer). Un grande punto interrogativo è invece la vernice grigia utilizzata da Blu per coprire le sue opere: il suo atto e, questa volta non è paradossale, parla più dei murales coperti. Da questo punto in poi, vale la pena prendere un profondo respiro e sederci, tutti, per riflettere perché tra rivoluzione e contro-rivoluzione anche il gesto di Blu (che ripete quanto fatto a Berlino con due suoi interventi in Cuvrystraße, contro la gentrificazione e la speculazione edilizia sfruttando le sue opere) ha ribadito un caposaldo dell’arte urbana: si può multare, etichettare, ghettizzare, occultare o staccare, ma l’arte sarà sempre momento di partecipazione, di riflessione e di discussione, politica, etica o semplicemente di gusto.

Clicca sulla copertina di Are you Art? per sfogliare la rivista
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