L’avventurosa storia della piccola Bayan che NON è nata a Idomeni

E’ un’immagine che è stata innalzata a simbolo della vita che scorre sempre e comunque anche nel fango, nelle pozzanghere e nel freddo dell’accampamento profughi di Idomeni, in Grecia, al confine con la Macedonia. I vari giornali hanno chiamato il neonato Bayan, altri Bayane, alcuni han pensato fosse un maschietto nato tra una tenda e l’altra. Nato in Europa. Poche, distorte, informazioni per una foto che, in realtà tra i vari social, non ha vissuto le fasi di un’esagitata condivisione come successo con altri bambini vittime di una realtà illogica.

Il quotidiano tedesco Bild, che sul posto ha gli inviati Paul Ronzheimer e Robert King, ha trovato la famiglia a Idomeni e ha ricostruito la storia (e ci fidiamo che sia vera): Bayan, la bambina nata ormai da un mesetto, vive in una tenda assieme a sua madre Sulaf, suo padre Ibrahim e ai suoi fratelli Ahmed, Bizan, Halid e Mohammed. Non è nata al confine greco-macedone: la sua nascita e i suoi primi giorni di vita in questo mondo sono ancora più drammatici. Vengono da Idlib, città nel nord-ovest della Siria, non molto lontana dal confine con la Turchia, dove gestivano un negozio, ma quando la guerra tra l’esercito di Assad e i ribelli è entrata in città, hanno capito che l’unica soluzione per vivere ancora (o sperare) era fuggire. Allora vendono tutto quello che hanno, Ibrahim trova un’imbarcazione pronta a salpare dalla vicina Turchia, costo del viaggio 1.000 euro a testa per gli adulti, mentre i bambini “viaggiano” gratis.

C’è un problema: Sulaf è incinta, ma nonostante l’alto rischio, decidono comunque di partire e così, arrivati a Smirne, città turca sulla costa ovest, trovano il barcone ormai sovraccarico di un’ottantina di profughi. Quando erano prossimi a lasciare la terraferma, Sulaf avverte dei dolori: non si può andare avanti perché deve partorire. Bayan nasce, così, in un accampamento di fortuna a Smirne, lontano da un possibile ospedale o posto sicuro. Appena tre giorni dopo, però, con Sulaf che non riusciva nemmeno a reggersi in piedi, partono, questa volta definitivamente verso l’Europa. I bambini urlano in preda al panico durante la traversata, ma esausti, finalmente toccano terra, sbarcando sull’isola greca di Samo. Pensavano di aver superato il peggio e che la Germania fosse distante solo qualche giorno, ma di Idomeni e dell’Europa che ha alzato i muri non sapevano ancora nulla.

Così in questa tendopoli improvvisata, dove si aspetta più di un’ora e mezzo in coda per un tozzo di pane e dove i bambini si stanno ammalando per il freddo e la mancanza di igiene, Bayan sta trascorrendo i suoi primi giorni: nella foto, la madre la sostiene mentre il padre la lava. Dice di aver provato a riscaldare l’acqua, ha cercato per tutto il campo, ma alla fine ha dovuto utilizzare l’acqua fredda di una bottiglia di plastica. E la piccola è stata male. Tre dei cinque figli si sono ammalati, hanno una tosse persistente. E’ tutto sporco, non ci sono abbastanza vestiti e cibo, loro hanno perso tutto in Siria e ora aspettano seduti, in attesa che qualcuno decida per loro.

Trovate l’articolo della Bild con le foto di Bayan e della famiglia qui

Foto: Paul Ronzheimer
Foto: Paul Ronzheimer
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