Le pietre d’inciampo a Padova

Chi è stato in Germania avrà notato, incastonate lungo alcune strade, delle piastre d’ottone con su scritto dei nomi e dei numeri. Alcune volte sono isolate, altre, invece, se ne vedono raggruppate. Si chiamano Stolpersteine, più comunemente note in Italia come “pietre d’inciampo”, e sono delle targhe per ricordare gli ebrei deportati e uccisi durante il nazismo. Ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig e solitamente collocate tra i sampietrini delle strade o sui marciapiedi, le Stolpersteine vengono incastonate davanti alla porta della casa in cui abitò la vittima deportata o nel luogo in cui fu fatta prigioniera. Non solo: per non ridurre i morti della Shoah a un freddo numero senza identità, sulle pietre sono incisi il nome della persona, l’anno di nascita, la data, l’eventuale luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta.

Introdotte in Italia nel 2010 con alcune iniziative promosse a Roma, a metà gennaio Padova ha commemorato cinque suoi cittadini applicando le pietre d’inciampo lungo via San Martino e Solferino e via Roma. Gemma Bassani, nata nel 1911, arrestata il 16 dicembre 1943 e deportata ad Auschwitz dove è stata assassinata. Eugenio Coen Sacerdoti, nato nel 1880, arrestato il 10 maggio 1944 e deportato ad Auschwitz, ucciso il 3 agosto 1944. Assieme a lui c’era sua moglie, Amalia Dina, nata il 1875, arrestata e deportata lo stesso giorno di Eugenio. Oscar Coen, nato nel 1887, arrestato il 19 novembre 1943 e deportato ad Auschwitz dove è stato ucciso il 6 agosto 1944. Marcello Levi Minzi, nato nel 1894, arrestato il 4 febbraio 1944 deportato ad Auschwitz e assassinato il 3 agosto 1944.

«”Inciampo”ha detto il consigliere Gianni Bernocome occasione di una sosta per riflettere là davanti alle case dove queste persone discriminate, perseguitate e uccise un tempo vivevano serenamente inserite nel tessuto cittadino (rabbino, musicista, madre di famiglia, studente, insegnante, commerciante); che diventano improvvisamente nemici da distruggere e non più cittadini portatori di diritti; questo ancor oggi ci sconvolge e vogliamo “inciampare” ogni giorno per far memoria».

L’anno passato sono state ricordate le famiglie Gesses e Foà e, in tutto, sono 47 i padovani coinvolti negli eccidi. Molto spesso la loro storia e collegata allo spirito di civili che umanamente hanno difeso, nascosto e protetto amici o vicini di casa. Legata alla storia di Marcello Levi Minzi, infatti, c’è quella di Maria Lazzari, cresciuta in una famiglia storicamente anti-fascista la cui casa è divenuta negli anni luogo di ricovero per molti perseguitati razziali in attesa di poter fuggire altrove. Marcello si nascose proprio lì, assieme a sua madre, ma fu arrestato durante una retata. Fu scoperta anche Maria che , invece, per la sola colpa di aver aiutato un ebreo fu deportata nel lager di Ravensbruck, a nord di Berlino, ma quando le truppe sovietiche erano ormai vicine alla capitale tedesca, Maria crollò e morì di stenti lungo la marcia verso Bergen-Belsen.

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