Banksy e l’immigrazione, raccontando Steve Jobs

Banksy è tornato: sul proprio sito ha pubblicato le foto del suo ultimo intervento realizzato su un muro a Calais, il campo profughi (chiamato anche “la giungla”) a nord della Francia, più volte sgomberato, dove migliaia di migranti vivono in attesa di raggiungere il Regno Unito. L’opera dello street artist di Bristol raffigura Steve Jobs, fondatore di Apple, con in mano un vecchio computer e una sacca nera. Sul sito, sotto alle immagini, si può leggere: “il figlio di un migrante della Siria”.

Banksy si riferisce al padre biologico di Jobs: nato, infatti, da madre svizzera, Joanne Carole Schieble, e padre siriano, Abdulfattah Jandali, Steve non fu cresciuto dai suoi genitori naturali, ma fu dato in adozione appena nato a Paul e Clara Jobs. Jandali era un rifugiato siriano che arrivò a New York negli anni 50′ e sul sito del The Guardian è possibile leggere un commento dello stesso artista inglese che, citando la storia dell’ex CEO di Apple, prova a dare una sua “versione” al discusso tema dell’immigrazione:

«Spesso siamo portati a credere che gli immigrati prosciughino le risorse di un certo paese, ma Steve Jobs era figlio di un immigrato siriano. Apple è la società più redditizia al mondo, paga oltre 7 miliardi di dollari all’anno in tasse ed esiste solo perché gli Stati Uniti hanno accettato di accogliere un giovane uomo da Homs».

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le foto sono prese dal sito di Banksy

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