Tra storia, vandalismo e una recinzione trasparente, qual è il destino dell’East Side Gallery?

Qualche giorno fa, esattamente il 9 novembre, in Germania si sono celebrati i 26 anni dalla caduta del muro di Berlino. Innalzato nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1961, per 28 lunghi anni ha rappresentato una barriera non solo spaziale, scindendo la capitale in Ovest ed Est e spaccando intere famiglie, ma anche mentale diventando simbolo della Cortina di ferro che divideva in due l’Europa durante la guerra fredda. Voluto dalla Repubblica Democratica Tedesca e costituito inizialmente da un cordone di sbarramento provvisorio fatto con filo spinato, nei giorni e nei mesi successivi, il muro fu irrobustito innalzando imponenti blocchi di cemento armato separati dalla tristemente famosa “striscia della morte” larga una decina di metri. Sin dalla sua nascita, in molti provarono a scavalcare il muro per trovare altrove la libertà: alcuni ci riuscirono con idee strambe e rischiose, altri persero la vita. Ma nel corso dei decenni, il muro è stato al centro dell’evoluzione culturale tedesca, ha condizionato la vita quotidiana di numerosi berlinese, influenzandone anche l’aspetto artistico. E sul quel cemento sono apparsi graffiti, segni del malcontento, di espressione di rigetto e tracce d’arte.

Com’è facilmente intuibile, durante gli anni della DDR, la parte est del muro era pulita e immacolata, perché ai cittadini era proibito avvicinarsi al confine, controllato da sentinelle e torrette di guardia, mentre per tutti i 28 anni di vita, era il lato ovest ad essere coperto da murales e scritte di vario genere. Famosa è l’opera dell’artista statunitense Keith Haring che, nel 1986, su invito del museo di Checkpoint Charlie, dipinse 107 metri di parete. Con il suo stile riconoscibile, Keith raffigurò una catena di figure umane che rappresentava l’unità del popolo tedesco contro l’idea del muro. E il giallo dello sfondo, il nero e il rosso delle silhouette dei suoi “radiant boys” richiamavano i colori della bandiera della Germania. Dell’opera sono rimaste solo delle foto, ma il valore unitario arrivò anche sul fronte est. Dopo il crollo della Cortina di ferro, infatti, la situazione si ribaltò del tutto: il vento di libertà e di riscossa avvolse anche la zona orientale di Berlino, a picconate frantumarono il muro e quello che rimase fu utilizzato come tela per diversi murales. Proprio sul lato sinistro, come continuazione ideale di questo percorso, ma con un cambio di prospettiva. Nacque, così, la East Side Gallery, una delle principali attrazioni per chi visita la capitale tedesca e, inaugurata il 28 settembre 1990, rimane l’ultima lingua di muro ancora in piedi (se si esclude qualche resto qua e là e una sezione di 80 metri vicino a Potsdamer Platz). Si trova sulla Mühlenstraße, a lato del fiume Sprea, nel quartiere di Friedrichshain e, con i suoi 1.300 metri di lunghezza, è considerata la più imponente galleria d’arte a cielo aperto con più di 100 opere realizzate da artisti di tutto il mondo. Ma quelle che ammiriamo oggi passeggiando lungo il muro non sono le opere originali.

Nell’arco degli anni, i dipinti si sono rovinati a causa dell’inevitabile usura del tempo, di tag insensate e di scritte incoscienti di turisti che scalfiscono il nome come atto del loro passaggio, dimenticandosi dell’illegalità del gesto. East Side Gallery, monumento per la libertà, è, oggi, in difficoltà. Dopo diversi tentativi di restauro, agli inizi di novembre, è arrivata una decisione drastica: verrà edificata una barriera di plexiglass per tenere lontani i turisti, in modo da poter osservare le opere a “debita distanza”. E’ il paradosso che prende vita: una recinzione per proteggere LA recinzione per eccellenza. Ma non è tutto perché in attesa della conclusione del progetto, prevista entro la fine dell’anno, i murales già restaurati sono sin da subito protetti da una recinzione di ferro. Un lungo serpente di metallo che allontana, dunque, gli appassionati, ai quali non sarà più possibile avvicinarsi alla galleria. Ma è stata una scelta inevitabile, «di rispetto», come l’ha definita Sascha Langenbach, portavoce del distretto di Friedrichshain. «Abbiamo assistito negli ultimi mesi a una incredibile quantità di vandalismo», ha riferito durante una conferenza stampa, sottolineando come nel solo mese di ottobre il quartiere ha destinato 230mila euro per restaurare alcuni lavori artistici. Ma neanche il tempo di far asciugare la vernice fresca e il problema si è ripresentato. A mali estremi, estremi rimedi, così una barriera trasparente alta 80 centimetri manterrà i turisti a 1,3 metri di distanza dalle opere. «Questa barriera dovrebbe chiarire che si tratta di un monumento storico», ha detto Adalbert-Maria Klees, della commissione spazi pubblici, che ha stimato una riduzione del 90% dei graffiti “indesiderati”.

Come detto, in passato i cittadini berlinesi hanno pulito il muro a colpi di spugna e sapone: nell’aprile del 2014 l’artista russo Dmitri Vrubel ha ripulito il suo murale “Mio Dio aiutami a sopravvivere a questo amore mortale”, più conosciuto come “Fraternal Kiss”, nel quale raffigura il bacio tra il russo Leonid Brezhnev e il tedesco Erich Honecker, avvenuto nel 1979 in occasione dei trent’anni dalla nascita della DDR. Quest’opera ha segnato la Storia, l’ha dipinta, diventando, a suo modo, un’icona indelebile di Berlino, assieme ad altri pezzi celebri. Come non ricordare la Trabant dipinta da Birgit Kinder che sfonda a tutta velocità il muro o i volti super colorati e pop di Thierry Noir o la “Buerlinica” di Cacciatore, rivisitazione del “Guernica” di Picasso? Tanti slogan di pace, stop alla guerra, differenti stili, turbinio di emozioni e approcci che possono strappare un sorriso o anche una lacrima. Come quando si guarda la tempestosa, ma armoniosa opera di Kani Alavi “Es geschah im November” (E’ successo a novembre), con questo fiume di volti umani più o meno indistinti che scivola via verso la libertà attraverso una breccia creata nel muro o come il malinconico “Curriculim vitae” di Susanne Kunjappu-Jellinek che ha dipinto un fiore per ogni morto ucciso dalla DDR.

Da 26 anni quel tratto di muro è ancora in piedi: imbrattato, dipinto, fotografato, marchiato, ripulito e nuovamente sporcato, ma è ancora lì. Con le sue ferite, i suoi ricordi e la sua arte.

Puoi leggere l’articolo anche sul numero di novembre della rivista Are you art?
Clicca sull’immagine!

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