Tra immigrazione e legami affettivi, ecco a Torpignattara il murales degli Herakut

Ogni volta che mi capita di fare un salto a Roma ad attendermi c’è un quartiere che, più di ogni altro, ha la capacità di calamitarmi verso di lui per scoprire angoli di città non ancora calpestati. Ed è come se questo pezzetto di mondo racchiudesse tutti i controsensi attuali. Prendendo l’autobus 409 capita di imbattersi in una vecchietta che maledice gli stranieri, che rimpiange gli anni del fascismo e che dà la colpa a Renzi per una situazione che, secondo le sue parole, è oramai ingestibile. Poi, scendendo dal bus, Torpignattara sa rendersi apprezzabile, vista e respirata con quella fievole luce di un tardo pomeriggio d’ottobre, con l’aria fresca per fare una passeggiata tra insegne bangladesi, sale bingo, parrucchieri e ovviamente i murales. Ce ne sono tanti in zona promossi dalle numerose gallerie sparse per la capitale, ma da fine settembre ce n’è uno in più, affascinante, che si erige su una parete tra via Capua e via Casilina.

Una ragazza con un cappuccio in testa, dagli occhi timorosi e sognanti, stringe, idealmente, tra le braccia i suoi cari. Realizzata dagli Herakut, duo nato nel 2004 dall’unione di Jasmin Siddiqui (Hera) e Falk Lehmann (Akut), “Street saint” è la prima opera a cielo aperto realizzata a Roma dai due tedeschi e racchiude in sé l’importanza vitale dei legami affettivi. Accanto alla ragazza, rifugiata palestinese, c’è, infatti, un testo, sia in italiano che in inglese: «Nei momenti di bisogno ci affidiamo alle persone come famiglia. Sarebbe bello se potessimo ricordarci di questi legami anche nei momenti di forza». La solidità del nucleo familiare, radice imprescindibile nell’albero della vita, viene proposta dagli Herakut associandola al tema dell’immigrazione, in un momento storico particolarmente teso e delicato nel quale parlare di sbarchi crea o partecipazione o assuefazione. Soprattutto, bombardati da notizie di stragi e di morti, voltiamo la testa altrove o dimentichiamo le identità e i tratti dei singoli volti umani con le loro vite, le loro storie di guerre e di partenze. E, appunto, con i loro legami affettivi, quelli che si lasciano alle spalle nel passato. Il passante che si ferma ad ammirare gli occhi nocciola della ragazza che guardano al futuro, esce dal piccolo guscio di palazzi e strade per sentirsi protagonista di un’esistenza più grande, a contatto con realtà distanti e di resistenza quotidiana.

Quella degli Herakut è un’espressione d’arte dialogica che coinvolge direttamente l’esterno, l’osservatore. Hera stabilisce la forma e le proporzioni dei personaggi, mentre Akut dipinge gli elementi con dettagli che sfiorano la realtà. Come visto, c’è una componente pittorica e testuale nelle loro opere d’arte: citazioni brevi o descrizioni in differenti lingue si mescolano in un eterogeneo uso dei colori e il tratto, così spontaneo, sembra quasi fatto a mano, con colori a pastello e non con rulli e vernice. Inoltre, l’attenta cura per il particolare impreziosisce ancor di più le loro opere, invitando lo spettatore ad avvicinarsi per ammirare tutto ciò che da lontano sfugge. Gli Herakut sono per la prima volta in mostra a Roma: la Galleria Varsi ospita, infatti, la mostra “Santa Miseria. Herakut cries in Rome”, una raccolta di immagini e di storie di migranti, frutto di esperienze e di sensibilità nate interagendo con le persone che hanno incontrato nei loro viaggi e nei luoghi in cui hanno dipinto. E’ una peculiarità che contraddistingue i loro lavori, specie in quelle realtà devastate dalla guerra e dalla povertà: dal 2013, infatti, i due street artist collaborano con AptArt, un collettivo di artisti e attivisti che opera soprattutto in aree di crisi e con il quale hanno realizzato diversi murales e workshop a Gaza, in Giordania, a Betlemme e in diversi campi profughi. Coinvolgere i ragazzi del posto, consegnare a loro il piacere di ammirare un murales e, attraverso questo, riflettere.

Così magari la prossima volta, perché no, sul bus 409, una signora anziana invece di maledire il governo può raccontare di quella volta che si fermò ad osservare gli occhi di vernice della ragazza sul muro di Torpignattara.

Trovate l’articolo anche nel numero di ottobre della rivista Are you Art?

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