L’Ungheria che alza i muri ha dimenticato il “picnic paneuropeo”?

Sopron è un piccolo paese nella regione nord-ovest dell’Ungheria, ci vivono circa 60mila abitanti e in città si parlano due lingue: ungherese e austriaco. Minuta e raccolta, questa zona, per intenderci, sembra una escrescenza in relazione alla voluminosità del paese magiaro. Allontaniamoci per un attimo da Sopron, e prendendo una macchina, percorriamo circa 400 km, passando per la capitale Budapest e scendendo verso l’altra, opposta, frontiera, verso Subotica, la città serba più popolosa ad essere vicina al confine con i dirimpettai ungheresi. Da qui passano i migranti che hanno scelto l’”altra via” per arrivare in Europa: esclusivamente a piedi e senza farsi intercettare, camminano con scarpe e piedi consumati, si trascinano dopo giorni e giorni di viaggio, partiti dalla Siria, dal Pakistan, dall’Afghanistan, fuggiti dalla guerra, paurosi del viaggio in mare. Si nascondono, passano dalla Serbia e dai paesi dei Balcani, attraversano l’Ungheria per arrivare in Austria o meglio ancora in Germania o nel nord dell’Europa. Secondo l’ufficio immigrazione ungherese, nel 2014 sono entrate illegalmente 43mila persone; quest’anno, invece, già circa 57mila hanno varcato la frontiera, nascosti nei retro dei camion o sfruttando degli “strappi” di fortuna.

Una lingua di terra piana, agricola e squadrata dai campi di grano e di altra vegetazione ed è qui che l’Ungheria ha deciso di alzare un muro lungo 175 km e alto 4 metri. Lungo quanto quel pezzo di mondo che smezza con la Serbia. L’aveva annunciato qualche giorno fa il primo ministro Viktor Obran, tra l’incredulità di alcuni e l’approvazione celata di altri; la conferma è arrivata dal ministro degli Esteri, Peter Szijjarto. La barriera, a quanto pare, si farà.


Ritorniamo a Sopron e verrebbe voglia di offrire un passaggio anche a Obran e Szijjarto. Qui, a distanza di pochi chilometri c’è il lago di Neusiedl, uno dei più grandi d’Europa, tagliato secondo logiche territoriali dal confine tra Ungheria e Austria. Essendo anche località turistica (lo specchio d’acqua è soprannominato “il lago dei viennesi”) si può facilmente intuire come, oggi, si possa passeggiare e passare da un lato all’altro senza ostacoli o impedimenti. Da queste parti c’è un monumento con due porte spalancate, uno spiraglio di visibilità attraverso il quale è possibile vedere cosa c’è al di là. La Storia, qui, prende il presente e lo capovolge: l’Ungheria che alza le barriere lascia spazio al ricordo dell’Ungheria che fece crollare la più insormontabile: la Cortina di Ferro. In che modo? Con un picnic!


Il 19 agosto 1989, il partito ungherese (t’oh proprio loro) di opposizione Forum Democristiano e l’associazione Unione Paneuropea internazionale organizzarono una manifestazione con l’obiettivo di ridurre le distanze tra il Blocco Sovietico e i paesi dell’Ovest. Il Patto di Varsavia che teneva assieme la Germania dell’Est, l’Unione Sovietica e le varie figlie del comunismo, andava a sfilacciarsi sempre più e la stessa Ungheria iniziava ad alleggerire i blocchi precedentemente imposti prendendo la strada della transizione. Assieme all’Austria, allora, decisero di organizzare un picnic dal sapore simbolico, ma che in realtà fu di tutt’altro spessore. Quel giorno, infatti, non si tagliarono classici nastri inaugurali: Walburga Asburgo Douglas, madrina dell’evento e segretaria generale della stessa Unione Paneuropea, utilizzò un paio di cesoie per recidere il filo spinato che divideva i due Paesi. La “coalizione austro-ungarica” squarciò per la prima volta la Cortina: c’erano tovaglie, cestini, birra, carne a volontà e musica. Altro dettaglio non secondario: la frontiera tra Sankt Margarethen im Burgenland (versante austriaco) a Sopronkohida (sponda ungherese) rimase aperta per tre ore.


Nei giorni precedenti in Ungheria girarono volantini e adesivi per promuovere l’evento e alcuni di questi finirono nelle mani di alcuni tedeschi della Repubblica Democratica tedesca arrivati in vacanza e villeggiatura. Allora, il regime della DDR era ancora uno dei più duri e filosovietici, non sfiorato dalla politica distensiva di Michail Gorbačëv. I presupposti per evadere c’erano tutti: il colpo di genio fu puro istinto e la voglia di libertà rendeva leggera ogni decisione. Seicento tedeschi, nascosti nei campi limitrofi aspettando il momento propizio, appena videro le porte libere, corsero oltre il confine. Lasciarono la loro vita, i loro sacrifici e le loro trabant, senza fardelli, tutti uniti, mano nella mano, nelle lacrime e nella speranza, facendosi forza e scudo l’un l’altro.

Massenflucht von DDR-Bürgern nach Österreich

La polizia ungherese che solitamente aveva il dovere di sparare, rimase ferma, osservò e si girò facendo finta di nulla. Fu la fuga dall’Est alla Germania dell’Ovest, passando per l’Austria. La DDR vacillava, tutto il blocco orientale scricchiolava: la resistenza durò per pochi mesi ancora. L’11 settembre, dopo continui tentativi di scavalcare, Budapest capì che tutte quelle persone non potevano essere bloccate e allora aprì le frontiere. Berlino Est era sconfitta: la Cortina di ferro si stava dissolvendo e nemmeno due mesi più tardi, il 9 novembre 1989, il Muro che divideva la capitale tedesca venne giù. E a Sopron sono ancora convinti che il merito di tutto questo fu il “picnic paneuropeo”.

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