L’attore dei Pirati dei Caraibi che ha scelto di combattere contro l’Isis

Si chiama Michael Enright, ha 51 anni, è nato a Manchester, ma a 19 anni si è trasferito a Hollywood per tentare la carriera di attore. Il suo nome è apparso in diversi titoli di coda di film e serie televisive: da marinaio nei “Pirati dei Caraibi – La maledizione del forziere fantasma” accanto a Johnny Deep, a “Daddy Sitter” (Old Dogs in versione originale) con John Travolta e Robin Williams, passando per “Agents of S.H.I.E.L.D.”, “Law & Order: LA” e “C.S.I.”. Ma lo scorso gennaio ha deciso di arruolarsi tra le fila dei combattenti curdi e di combattere i miliziani dell’Isis.

Non ha detto nulla ai suoi amici e familiari per non essere fermato come era successo in passato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e, dopo diversi mesi, è apparso per la prima volta in video, in una intervista dell’emittente emiratina Al Alan. Indossando una divisa militare e impugnando un kalashnikov che lui chiama Olga perché di fabbricazione rumena, Enright ha detto che si sentiva in dovere di unirsi alle forze curde-siriane YPG (Unità di Protezione Popolare) dopo aver visto le atrocità dello Stato islamico. «Ho visto quello che stavano facendo queste persone che non sono islamiche; questi non sono musulmani. E’ stato orrendo», ha detto l’ex-attore scosso e indignato dall’escalation di decapitazioni dei giornalisti americani per mano del boia inglese Jihadi John. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso, come dice lui, è stato vedere bruciare vivo il pilota giordano Muath Al-Kassasbeh.

Senza una precedente esperienza militare, Enright ha lasciato la sua casa di Los Angeles per stabilirsi nella città siriana Hassaké, ma il suo viaggio è stato molto difficile e complesso. Come riporta il DailyMail, su consiglio di un suo amico, si è prima messo in contatto con alcuni miliziani del YPG, attraverso una pagina Facebook chiamata “Lions of Rojava”; poi, arrivato nella città di Sulaymaniyya, nel Kurdistan iracheno, le prime preoccupazioni e le prime paure: nessuno era lì, come accordi, ad aspettarlo. Il rischio di cadere inconsapevolmente nelle mani dei jihadisti dell’Isis era alto, considerando che lo Stato islamico è disposto a spendere sino a 100mila dollari per un ostaggio occidentale, per di più lui è inglese che vive in America. Ma dopo un viaggio di tre giorni nel retro di un camion, attraverso montagne e strade rocciose e dopo aver attraversato il Tigri su di un gommone, Michael ha raggiunto il luogo, dove ha iniziato l’addestramento.


Michael nel video appare molto consapevole e sicuro di sé al contrario di quanto si possa pensare sapendo del suo background cinematografico: «Non sono venuto qui per una festa, sono venuto qui pensando che sarebbe stata una esperienza sofferente, difficile», afferma convinto l’attore che, in realtà, dice di esser già stato in Medio Oriente, a contatto con il popolo arabo, mostratisi sin da subito ospitale con lui. Ha, inoltre, imparato qualcosa sull’Islam e dice di aver conosciuto una preghiera araba per poter pregare all’interno di una moschea.

Michael

La riconquista e la difesa di Kobanê, cittadina siriana al confine con la Turchia, da parte dei soldati YPG e YPJ (gruppo militare composto da donne), sono stati il simbolo della gloriosa voglia della civiltà di vincere contro l’Isis. Un gesto forte, simbolico, che ha motivato ulteriormente Enright: «I curdi e gli sciiti iracheni stavano combattendo contro l’Isis, ma i secondi hanno ceduto, hanno alzato le mani e si sono arresi, dando ai nemici tutte le armi che l’America, i cittadini americani, avevano pagato. I curdi non hanno fatto così, hanno combattuto e hanno vinto e allora io ho deciso di combattere con loro. Sono venuto qui e se devo morire, morirò». E’ una lotta tra il bene e il male e la scelta di Michael dimostra che è una guerra di tutti: «Questa non è una chiamata per soli curdi, ma è un appello a tutta l’umanità», ed è deciso quando dice che «l’Isis dev’essere spazzato via completamente dalla faccia della Terra perché rappresenta una macchia per l’umanità».


Da quando è in Siria, Michael ha imparato a montare e smontare un fucile bendato in modo da farlo di notte in assenza di visibilità, ha trascorso quasi un mese in prima linea, a guardia di una delle zone di confine, sapendo di poter essere colpito da un raid notturno o da un cecchino in qualsiasi momento. Ma il suo passato sotto i riflettori riemerge quando, proprio a fine intervista, racconta una missione terminata con successo: «Dopo aver liberato un’area, abbiamo trovato, all’interno di un edificio, bombe e missili. Guidare in zone arabe con la popolazione che esce per ringraziarti e con le donne che iniziano a cantare è qualcosa che ho visto solo nei film». il pensiero finale va ai suoi cari: «Spero di rivedere la mia famiglia, ma siamo in guerra e non so se riuscirò a vederli in questa vita o in una prossima».

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