Biancorossi? No, “white and red”. Viaggio alla scoperta del London Bari

PARTE I

LA SQUADRA, DAVID PLATT, LO SCRITTORE BOLOGNESE E IL PORTIERE EX SAMPDORIA

 

In Inghilterra, religione e football vanno a braccetto, anzi, spesso si mescolano in una stessa sostanza viscerale. Così, come in qualsiasi città sorgono tante chiese quanti sono i quartieri urbani, è facile trovare stadi o campetti di calcio appartenenti a singole frazioni cittadine. Non spaventa, allora, sapere che a Londra hanno sede tredici squadre professionistiche e più di 80 campionati dilettanti della Football Association. Scorrendo l’infinita lista di club, c’è una squadra che cattura l’attenzione e il perché è semplicemente nel nome: London Bari FC.

Fegato e cuore

 

«Bari FC, ma perché?» Lo chiesi ad Imran che, oltre ad allenatore era anche il fondatore della squadra.
«Tu dovresti saperlo mangia pizza» – scherzò – «Il Bari non è una squadra italiana?»
«Sì, certo, ma qui siamo nell’East End londinese, che diavolo c’entra?»
«…Io adoravo David Platt, e lui, quando fondai la squadra, giocava nel Bari, quello della Serie A italiana…Era il mio idolo e mi interessai alla squadra…»
«Ah! Quindi anche i colori…»
«…Sì, siamo bianchi e rossi proprio come il vostro Bari»

[Tratto da “Fegato e cuore”, di Alessandro Marchi]

 
 
 
 
 
 

Era il Mondiale di Italia ’90, delle notti magiche e l’Inghilterra accarezzò il sogno di arrivare in finale, ma si arrese ai calci di rigore in semifinale contro la Germania. Coincidenze vollero che la partita per il terzo posto contro l’Italia, si giocasse proprio al San Nicola di Bari. Gli azzurri di Azeglio Vicini vinsero 2-1 e i 50mila spettatori videro David Platt segnare la rete del momentaneo pareggio, in quello che sarebbe divenuto il suo stadio. Il Bari, infatti, nella stagione 1991-92, lo acquistò dall’Aston Villa per 12 miliardi di lire e il trequartista giocò 29 gare, realizzando 11 gol. Dopo la parentesi barese, Platt rimase in Italia fino al 1995, giocando nella Juventus e nella Sampdoria, prima di rientrare a casa, a Londra, sponda Arsenal. Proprio in quei giorni, e sempre nella capitale inglese, Imran Merchant, un giovane indiano con la passione per il pallone e per David Platt, fondò, in onore del suo idolo, il London Bari FC, ereditando dalla squadra pugliese non solo il nome, ma anche i colori sociali. Niente galletto, però: lo stemma, infatti, era un fiero leone con in capo una corona per non scontentare troppo la regina.

david platt
David Platt seduto sull’erba dello stadio San Nicola di Bari

Siamo nell’East End di Londra, in un quartiere sospeso tra il fulcro della capitale e la periferia, dove le vecchie case degli operai sono ora in mano a gruppi multietnici. Imran mise su un gruppo di ragazzi iraniani, indiani e pachistani che disputò tre stagioni nella South Essex Football League (la nona serie, ben lontana dalla prestigiosa Premier League), prima di fermarsi per due anni e poi ritornare negli anni 2000. Oggi la squadra ha un nuovo presidente, Kashka Anthony Ray, ha un nuovo stemma, può contare su un settore giovanile e, dal 2012, gioca le sue partite in subaffitto al “The Old Spotted Dog Ground”, il più vecchio terreno di gioco di Londra e casa del Clapton dal 1888. Ma non aspettatevi nulla di monumentale: su 2mila posti, solo 100 sono a sedere.


Se c’è una linea di continuità tra il vecchio team e il nuovo London Bari è nello spirito che alimenta il club: fare di questa squadra una famiglia e un punto di aggregazione senza distinzioni di provenienza, di religione o etnia. E proprio una storia di integrazione era quello che cercava Alessandro Marchi, scrittore bolognese, per il suo libro “Fegato e cuore”. Nella capitale inglese si incrociano due vite, quella di Vincenzo Caligiuri, giovane “mangiapizza” emigrato e quella di Steve Campbell, 37enne con marcati atteggiamenti rozzi, che ha subìto un trapianto di cuore che gli ha compromesso un futuro da calciatore e che passa le giornate bevendo birra e tifando West Ham. «Londra è l’ambiente naturale come sfondo per il racconto di un gruppo eterogeneo tale da non farlo apparire comico, ma anzi inserito», spiega l’autore, il quale ha svelato la fortunosa coincidenza nell’incontro con il London Bari: «Ero lì che passeggiavo per il quartiere e ho visto il manifesto che invitava a vedere un match della squadra. All’inizio ci sono passato senza farci caso, solo dopo ho realizzato la provenienza italiana del nome».

london bari
I ragazzi del London Bari Fc. In alto a destra, il portiere italiano Luca Pecorari

Nel libro, la componente calcistica è molto forte perché il pallone ben si presta a tematiche di inclusione ed esclusione: una sensazione di appartenenza che ha coinvolto sia Vincenzo, uno che non ama il calcio, sia Steve che, pur non nascondendo la sua attitudine razzista, si è ritrovato ad essere il leader di una squadra di immigrati. Giocare nel London Bari significa conoscere differenti esperienze di vita, avere uno sguardo privilegiato sul mondo non curandosi di fatica e freddo.

In realtà Alessandro Marchi ha leggermente romanzato la stagione 2006-07, ma il suo racconto, finito di scrivere nel 2012, ha anticipato l’esperienza di un italiano che ha, per davvero, indossato la divisa del London Bari. Luca Pecorari, classe 1985 e di ruolo portiere, vive nella capitale inglese ormai da quattro anni. Cresciuto nelle giovanili della Sampdoria, ha giocato in Serie D e in Serie C, prima di fermarsi per un anno e mezzo per colpa di un incidente stradale che gli ha causato la rottura di tibia e perone. La sua è una fuga da innamorato del calcio anglosassone: è partito per un breve soggiorno, ma lì si è fatto una nuova vita. Lavora a tempo pieno, però, pensa ancora al calcio e così, l’estate scorsa ha fatto la pre-season con il club bianco-rosso rimanendoci fino a dicembre. «E’ una squadra giovane, manca ancora un po’ di organizzazione –afferma Luca – . Sono rimasto solo sei mesi perché, avendo sempre fatto il professionista, ho un mio modo di allenarmi e per me c’era poca puntualità e disciplina». Adesso Luca gioca nel Clapton, si dice entusiasta per il tifo caloroso dei 300 supporter (ci sono anche italiani) e ha tanti progetti in mente. In uno, aveva anche coinvolto il “nostro” Bari: «Ho contattato la società per proporre una specie di collaborazione, fare del London Bari una squadra satellite e portare i ragazzini del club pugliese ad allenarsi durante l’estate». Ma non ha mai avuto risposte e, così, al momento, le due squadre continueranno ad essere legate solo da David Platt e da quelle notti magiche del calcio italiano.

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The Old Spotted Dog Ground, il campo di più antico di Londra e casa del Clapton e del London Bari

PARTE II

IL PORTIERE FUGGITO DALLA GUERRA IN UCRAINA

 

La storia del London Bari Fc è entrata, inoltre, nella biografia di un altro portiere. E anche questo è un racconto di integrazione. Evandro Rachoni de Lima è un portiere brasiliano di 25 anni, cresciuto nelle giovanili del Fluminense e passato per l’Angola prima di fermarsi in Ucraina, nell’Arsenal (t’oh torna questo nome) di Kiev. Per chi parte dal Brasile, giocare in Europa è un sogno che diventa tangibile: la terra ucraina è la porta secondaria per salire sul palcoscenico del grande calcio. Ma per Evandro il sogno si è trasformato presto in un incubo. La guerra in Crimea ha destabilizzato anche il campionato: la sua squadra a metà della stagione 2013/2014 è fallita e lui, per tenersi in allenamento, ha iniziato a giocare con il Retro Fc, ma la situazione è presto precipitata. «Eravamo in viaggio in autobus per una trasferta e i ribelli ci hanno fermato e sono saliti impugnando i fucili – ha spiegato il portiere- . Loro pensano solo alla guerra e io ero l’unico straniero sul bus. Ho temuto, ma quello è stato il momento in cui ho deciso di andare via».

In realtà Evandro si è scontrato con il volere del suo agente, il quale, nonostante il rischio per la sua incolumità, pressava per farlo rimanere nel calcio che conta. Ha riposto le valigie in soffitta, ma è stata una decisione temporanea. Un po’ tutti hanno pensato che sarebbe stato meglio spostarsi in aereo, ma la notizia dell’abbattimento, lo scorso luglio, del MH17 della Malaysia Airlines ha scosso tutto l’ambiente. «E’ stato molto spaventoso – ricorda Evandro – nessuno voleva prendere gli aerei e i giocatori non volevano andare a giocare in un’altra città. Tutti a Donetsk stavano lasciando la loro casa perché era impossibile vivere lì. Le banche non funzionavano e nemmeno la polizia».

rachoni
Evandro Rachoni esibisce la maglia del London Bari Fc

Senza agente e senza chiare prospettive, Evandro, fuggito dalla guerra è partito per Londra, ma sono bastati pochi giorni per trovare un nuovo club. A settembre è stato proprio il London Bari Fc ad accoglierlo in famiglia, a trovargli una sistemazione temporanea, entrambi consapevoli che giocare al The Old Spotted Dog Ground sarebbe stato solo un trampolino. Dopo esser stato osservato dagli scout del West Ham, lo scorso gennaio, il ragazzo che ha viaggiato per tre continenti ha firmato per il Crawley Town (quarta serie), prima di fermarsi nel Bishop’s Stortford Fc (sesta categoria). Ah, per la cronaca Evandro Rachoni ha passaporto italiano. Coincidenze?

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