Bari ricorda il genocidio armeno

 

Davanti al Khachkar (“croce di pietra” nella lingua originale), nel piazzale Cristoforo Colombo di Bari, la mattina del 24 aprile si è celebrato il 100° anniversario del genocidio del popolo armeno, che tra il 1915 e il 1923, ha subito la repressione del governo dei Giovani Turchi. Gli armeni lo chiamano “Metz Yeghern”, il “Grande male” per ricordare quello che i governi turchi rifiutano di confermare, andando avanti con politiche di negazionismo. Gli storici stimano, infatti, che persero la vita quasi i 2/3 degli armeni dell’Impero Ottomano. Il genocidio pianificato iniziò nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, quando numerosi intellettuali, commercianti, lavoratori armeni furono arrestati a Costantinopoli, per poi essere deportati e trucidati. Molti Paesi, invece, hanno riconosciuto ufficialmente il genocidio: Cipro nel 1982, poi Grecia, Bulgaria, Russia, Belgio, Svezia, Italia, Vaticano, Francia, Svizzera e poi Parlamento europeo e Nazioni Unite. 
 
Attorno al Khachkar, opera dello scultore Grigoryan Ashot, si è voluto pregare per quei martiri. Il cippo funerario, infatti, è stato eretto nei pressi del mare proprio per ricordare il luogo dove, agli inizi del novecento, migliaia di armeni sbarcarono per fuggire alle persecuzioni. 

 
GLI ARMENI IN PUGLIA E IL POETA NAZARIANTZ – Il legame storico con la Puglia, da sempre cerniera tra Oriente ed Occidente, inizia nel Medioevo durante l’era bizantina. Un melting pot multietnico all’interno del quale convivevano greci, cristiani, musulmani, ebrei ed ortodossi
Quello tra Bari e l’Armenia è un un legame reso ancora più saldo da Hrand Nazariantz, esule poeta e giornalista, rifugiatosi a Bari nel 1913, dopo essere stato condannato a morte in contumacia da un tribunale ottomano. Nazariantz non solo fu ponte di scambio culturale tra l’Armenia e l’Europa, ma divenne anche il fondatore, nel 1924, del villaggio di Nor Arax, sorto nei dintorni di Bari, nel quale trovarono asilo un centinaio di profughi armeni.

 

Accanto alla croce di pietra un’effige riporta la strofa finale di una sua poesia intitolata “Essere fratelli amare”. In ricordo delle vittime, è scritto: «Perdonare: profumare i cuori ai fiori del calvario…»

 

Tutto muore… Tutto passa… Essere fratelli, amare!
Essere fratelli, dividere il Pane e il Cuore,
il destino della Vita, il destino dell’Anima,
essere fratelli, nell’amore e nell’orgoglio di soffrire,
poter soffrire e sorridere ancora in un mondo di odio,
colui che sa sorridere aiuta colui che piange,
amando, come è dolce l’essere al mondo: essere fratelli, amare!
Tendere le mani profumate di pietà celeste,
ai Vinti, essere fratelli, dividere il tetto e il Sonno,
essere l’Asilo sicuro e accogliente dei feriti delle strade,
essere la buona Soglia, essere il buon Sole, l’attesa sorridente,
per quello della bisaccia, per quelli del bastone,
Essere fratelli, e non dire mai: “Venite domani!”…
Tutto muore, tutto passa…Essere fratelli, amare…
Vivere bene per bene amare
Perdonare; profumare i cuori ai fiori del calvario…
Essere il segno della croce sulla terra e sul cielo,
essere fratelli, essere semplici e puri:
Credere, Amare…credere,
all’Armonia, ai Ritmi supremi,
alla Giustizia dei Cieli,
poveri, credere sempre, le braccia tese alle Cime,
vivere bene, realizzare la propria anima, la carne è nulla…
E poi, chiudere gli occhi di carne per aprire quelli dello Spirito,
essere il Bacio di pace sulla bocca dei morenti
e poi, a nostra volta sorridere,
sorridere nell’ora della Morte…

[Essere Fratelli, Amare – Hrand Nazariantz]
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