“Il cilindro” di Eduardo De Filippo

Rita canta, si insapona e cosparge il suo corpo di borotalco. Con addosso una vestaglia ed una sottoveste, davanti alla finestra che dà sul vicolo, attira la curiosità di molti. Lo sfondo è quello di Napoli e di un’Italia degli anni ’60 divisa in una forbice tra il boom economico e la crisi. Rita assieme al marito Rodolfo vive in subaffitto a casa donna Bettina e di mastr’Agostino, un vecchio custode di teatro. Sono in difficoltà economica, rischiano lo sfratto, così tutti e quattro escogitano uno stratagemma per fare soldi facili. Rita finge di prostituirsi. E’ il giovane Antonio il primo cliente ad entrare in scena. Immediatamente gli spettatori capiscono il trucco: una volta pagata la somma, prima di mettersi a letto, Rita mostra Rodolfo disteso con un mazzo di fiori in mano, che finge di essere morto. L’isteria e la disperazione di Rita che racconta al cliente il dramma della morte e la presenza del cadavere riescono a mettere in fuga i malcapitati. Si apre così questa commedia in un atto composta da Eduardo De Filippo nel 1965, una delle ultime ed inserita dall’autore nella raccolta “Cantata dei giorni dispari”

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La povertà, la frode e la beffa dominano la trama di questa composizione. Nei panni di Agostino Muscariello, Eduardo impersona l’anima di Napoli, con le sue invenzioni e le sue finzioni. E’ lui che, con un nobile cilindro nero in testa, pronunciando altisonanti frasi sconnesse, ma d’effetto, mette in soggezione i clienti e li fa scappare senza restituire i soldi. Non sono le parole a fare paura, dunque, ma quel cilindro simbolo dell’autorità. L’apparenza inganna, l’esteriorità domina e si impone. Il cappello a cilindro è il simbolo di questa parte di società schiava delle apparenze, delle forme. Una maschera che illude gli analfabeti, dice mastr’Agostino, una potenza che solamente gli uomini istruiti possono comprendere. 

Ed è, infatti, proprio Attilio, un signor anziano, a mandare in frantumi il loro stratagemma. Anche lui indossa un cappello. Lui che ha capito il trucco, insiste nel fare l’amore accanto al marito defunto. Il cappello di Agostino non può più nulla. Mestamente se lo sfila dal capo quando Antonio spiega di essere diplomato e con due lauree. Arriva anche ad offrire 500mila lire. Ora è il denaro a controllare i personaggi come burattini: Bettina e Antonio abbassano il capo, segno d’ignavia, di chi rimanda ad altri difficili decisioni. I soldi, vuol far intendere Eduardo De Filippo, sono ancor più importanti dell’esteriorità. Il denaro può tutto. E solo una banale coincidenza (l’uomo facoltoso si addormenta e quindi lo illudono dell’atto compiuto semplicemente spostando in avanti le lancette), frutto del caso, garantisce alla vicenda di chiudersi pacificamente. In realtà apparentemente, perché l’ambiguità della vicenda rimane tale anche in chiusura. Rita si accorge che non può sognare una vacanza o un vestito nuovo. I desideri si scontrano con la realtà di chi materialmente pensa a spartirsi il bottino. 

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Al suo debutto l’atto unico è accolto con favore e riceve critiche positive, sia riferite alla recitazione «particolarmente efficace» di Eduardo, nei panni di Agostino, sia per il testo in sé, anche se qualche giornale accusa Eduardo di riproporre «con gratuito compiacimento» il tema delle condizioni di miseria del popolo napoletano e dei compromessi a cui scende per sopravvivere. Sono molto apprezzate la regia e la scenografia, ideata dallo stesso Eduardo. Le scene, essenziali, dipingono diverse sfaccettature della “bassa” Napoli. L’azione è agile e colorita ed è sostenuta da una girandola di situazioni nei quali il farsesco e il grottesco lasciano spazio anche a caratteri umani e sinceri. Lo scherzo si trasforma in dolore arrivando a sfiorare anche il dramma nell’azione di Rodolfo che disperato deve decidere se accettare o meno la proposta. 

 

Lo spettacolo non sarà più ripreso in teatro, ma nel 1978 viene realizzata l’edizione televisiva, che vede tra gli interpreti, oltre allo stesso Eduardo nei panni di Agostino, Pupella Maggio nel ruolo di Bettina, Luca De Filippo e Monica Vitti (che recita in romano e non in fiorentino originale teatrale) in quelli di Rodolfo e Rita e Ferruccio De Ceresa nella parte di Attilio.

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