Io giornalista, lui jihadista dell’Isis. Cresciuti assieme a Copenhagen

Amir ha calcolato che ci vogliono circa quattro secondi da quando un proiettile lascia il suo AK-47, fino a quando il suo nemico è esanime al suolo. 

Uno. 
Due. 
Tre. 
Quattro. 

«Conta tu stesso. In realtà è un periodo piuttosto lungo», dice la seconda volta che ci incontriamo.
I colpi di arma automatica hanno un suono diverso rispetto a quando li si sente in un film d’azione. Si sente meno il botto. Sono più colpi metallici.

COPENHAGEN – Inizia così il bel racconto su Mashable di Jakob Sheikh. Jakob è un giornalista del quotidiano danese Politiken. Scrive di terrorismo, guerra e tutto ciò che è legato agli ultimi scontri in Medio Oriente. 
Il suo è un racconto intimo, personale, ma estremamente collegato all’attualità. Lui e Amir si conoscono da tempo. Amici d’infanzia cresciuti nella stessa zona ovest di Copenaghen, in Danimarca. 
 

«Abbiamo giocato nello stesso cortile, giocavamo a calcio insieme su via Saxogade, abbiamo comprato granite e gomme da masticare blu con adesivi di lottatori americani, nello stesso tabaccaio di New Carlsberg Road».

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Jakob festeggia il suo quinto compleanno. Amir è alla sinistra della foto. Foto di Jakob Sheikh
Hanno entrambi 27 anni; Amir è nato quattro mesi prima. Entrambi figli di madre danese e padre pakistano, cresciuti a loro volta nella stessa città militare di Rawalpindi. Durante l’infanzia hanno condiviso lo stesso interesse per lo sport e per i giochi di computer. 
 
«Il mio primo ricordo di Amir è un’ora di nascondino nel nostro cortile. C’erano Amir, Sahib, Omar, Rashid, Henrik ed io. Non mi ricordo chi doveva trovare gli altri, ma mi ricordo dove gli altri si nascondevano: dietro scale, pattumiere e stendini con panni appesi…Ci siamo iscritti nella squadra di calcio locale, il Vestia, quasi nello stesso periodo. Lui non era molto bravo con la palla, ma siccome aveva carte rare di football americano, pur di poterle scambiare, nessuno osava prenderlo in giro in campo. Amir con la sua empatia aveva affascinato rapidamente i suoi compagni di squadra…la stessa empatia con cui io e lui avevamo fatto amicizia»
 
Ma le loro vite hanno preso strade completamente diverse. E lo stesso Jakob trova difficile da capire. Non sapeva nulla di Amir prima di incontrarlo qualche settimana prima di scrivere questo pezzo lungo Istedgade, una strada nel quartiere Vesterbro nella città di Copenaghen. 
 
«Ciao fratello. Come va?», mi chiese dandomi un abbraccio amichevole. 
«Sono stato in Siria, amico mio», ha detto, aggiungendo: «Ci tornerò presto». 
 
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Amir sulla sinistra e Jakob al centro. Foto di Jakob Sheikh

Sì Amir, il suo amico d’infanzia era diventato un jihadista. Il ragazzo educato ora uccide in nome di Dio. Jakob, che scrive di terrorismo, di guerra in Siria si trova protagonista di questa storia. Lui, che nei suoi articoli, parla di jihad e di jihadisti proprio come Amir.
 
«Presto Amir si imbarcherà in un’altra crociata. Questa volta per entrare in quello che è probabilmente il gruppo terroristico più violento di tutti: l’Isis, lo Stato Islamico».
 
«E‘ mio dovere aiutarli. E’ mio dovere contribuire a sradicare gli infedeli », dice Amir, che continua: «Ora o mai più. Abbiamo la possibilità di diventare buoni musulmani. In Siria abbiamo un califfato, ora…Ci sono molte migliaia di musulmani laggiù. E’ diventato un paese bellissimo con uno stile di vita islamico. Le persone possono vivere una vita tranquilla secondo i precetti dell’Islam», dice Amir. 
 
La loro è una passeggiata fraterna, ricordi e suggestioni lungo scorci di quel quartiere dove sono cresciuti. Una chiacchierata senza filtri: parlano dell’ideologia dell’Isis, del rischio di morire per un ideale e inevitabilmente arrivano a parlare delle recenti decapitazioni dei giornalisti occidentali. Nella mente di Jakob qualcosa lo inquieta. Lui è stato inviato in Siria fino a poco tempo fa. Poteva trovarsi lui in quella situazione. E allora pensa: possiamo davvero essere ancora amici?
Jakob al centro con la maglietta bianca. Amir è il bambino sulla bicicletta. Il viso è pixelato per non rivelare l'identità. Foto di Jakob Sheikh.
Jakob al centro con la maglietta bianca. Amir è il bambino sulla bicicletta. Il viso è pixelato per non rivelare l’identità. Foto di Jakob Sheikh.
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