Dall’isolamento all’integrazione: la vita degli ospiti all’interno del Cara

Emergenza sbarchi. Emergenza primo soccorso. Emergenza nei centri d’accoglienza. Quando si parla di immigrazione si percepisce uno stato di perenne sospensione. Un rituale la cui unica utilità è creare allarmismo senza comprendere un fenomeno, che a flussi alterni, coinvolge le nostre coste da decenni. E’ uno dei primi aspetti che Michele di Lorenzo, direttore di Auxilium, l’ente che gestisce il Cara di Bari, vuole sottolineare. Non si può più parlare di emergenza quando degli uomini rimangono intrappolati per mesi in un limbo burocratico tra richiesta di asilo e possibile diniego. Il centro di accoglienza per i richiedenti asilo cerca di allentare questa morsa, instaurando un rapporto di empatia con la nuova terra e superando quegli ostacoli strutturali attraverso attività di coesione e sinergia.

Umar è il primo ragazzo che incontriamo. Ha 35 anni ed è un giornalista scappato dal Pakistan quando, minacciato dai Talebani, ha capito che la sua vita era in pericolo. Dice di essere grato all’Italia ed elogia le operatrici per il supporto che danno ogni giorno. Ha un titolo da informatico e all’interno del Cara si sente rispettato perché è stato scelto come insegnante del corso di computer. E’ un’auletta con dieci corsisti che studiano in coppia con l’obiettivo di compilare un curriculum da presentare quando cercano lavoro.

Al termine della lezione parliamo con altri due ragazzi. Rachid ha la schiena dritta e lo sguardo verso il vuoto. All’inizio stenta a rispondere quando chiediamo del suo paese, l’Afghanistan. Ha 20 anni, ma superata la timidezza, dimostra virtù di chi ha sofferto tanto. «Ero arrivato al punto dove o ero io ad uccidere o erano loro a farmi fuori», dice, riferendosi alle forti pressioni talebane. Accanto a lui c’è Muhammed. Lui è iraniano, è lontano dal suo paese da nove anni, prima ha combattuto sulle montagne dell’Iraq, poi ha scelto una nuova vita spostandosi in Norvegia per tre anni, prima di arrivare al Cara. Chiede ai gestori qualche attività in più. Propone un cineforum come ulteriore possibilità di aggregazione e chiede anche maggior pulizia nei bagni.


Umar è l’ultimo a lasciare l’aula. Anche da questi piccoli gesti dimostra la tenacia di chi vuole mettersi in gioco. Non conosce l’italiano, ma ha la determinazione e la voracità di iniziare questa nuova esperienza. Ha il doppio ruolo di professore ed alunno. E’, infatti, uno dei corsisti del progetto Alis che si tiene alla scuola Marco Polo di Bari ed è finanziato dalla regione Puglia. E’ l’esempio di come il tessuto urbano locale prova a rispondere alle esigenze di inclusione, nonostante la distanza fisica che separa il Cara, che sorge all’interno dell’aeroporto militare, dal centro. E’ la stessa struttura che mette a disposizione dei bus per accorciare le distanze. Proprio su uno di questi, dei ragazzi salgono con un sorriso in viso ed un borsone in mano. Direzione Cus per allenarsi un po’. Ed è proprio lo sport che suggella l’unione tra popoli. Prima di lasciare il Cara ci fermiamo a vedere una partita di calcio. Squadre miste, magliette improvvisate, ma tanta energia. Altri si allenano a cricket. Partecipano a diversi tornei durante l’anno e sono orgogliosi delle coppe e dei trofei esposti sulla mensola.

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