Un leone non muore mai, ma dorme

Ricordo di aver subito acceso la tv, andando al canale 201 del televideo. Ero da poco rientrato a casa, dopo un lungo pomeriggio pigro estivo, forse passato al parco o forse a casa di un amico. Comune denominatore era il calcio (giocato o simulato alla Playstation). Proprio quello da joypad, prima ancora dell’invenzione di Youtube, aveva la capacità di farmi attrarre da giocatori e squadre esotiche. Una ricerca, a tratti ossessionata, per associare un’identità reale a dei miti da videogioco. Con il Camerun è andata proprio così. Nel giugno 2003 si stava disputando la Confederations Cup, un torneo con poche Nazionali che anticipa di un anno i Mondiali di calcio. C’erano anche i Leoni indomabili (soprannome della squadra africana) e come consuetudine, che mi trascino ancora oggi, avevo registrato la semifinale contro la Colombia. In realtà, poi, non l’ho mai vista per intero. Avevo acceso la tv, canale 201 del televideo. Qualche istante prima, mio padre mi disse che un giocatore africano era morto sul campo. I numeri verdi giravano velocemente: 500, 600, 700…roba di una decina di secondi prima di arrivare al 201. Mi passarono per la mente tutti i nomi che conoscevo: Song, Eto’o, Kameni, Geremi, Job, Djemba-Djemba. Poi lessi Marc Vivine Foé. Con me, alla Playstation aveva il posto assicurato a centrocampo. In campo anche, in Nazionale soprattutto. Quasi un metro e 90 d’altezza, non passava inosservato. Educato coi piedi e ordinato. Rivedo e rivivo quelle immagini. Era steso al centro del campo. Si parlò di aneurisma (l’autopsia confermò attacco cardiaco, causato da problema del ventricolo sinistro), si disse che con un defibrillato si sarebbe potuto salvare. Io avevo in mente i suoi occhi spenti, sgranati verso il vuoto. Si era fatta sera, ormai, il 26 giugno 2003.

marc vivien

 

Il Camerun vinse quella partita per 1-0. La finale, contro la Francia, fu emozionante. I giocatori entrarono tutti con la maglia numero 17, il suo numero in Nazionale. Reggevano una gigantografia mentre dagli spalti uno striscione diceva: «Un leone non muore mai, ma dorme». Trionfarono i transalpini con un goal di Henry ai tempi supplementari. Desailly sollevò la coppa assieme al capitano del Camerun, Rigobert Song, grande amico di Foé. Fu un momento di festa e di lacrime. 
Mi ricordo i commenti del giorno dopo, quello di Paolo di Canio. Avevano giocato assieme nel West Ham e poi ricordo la decisione del Manchester City, la sua squadra di club, di ritirare per sempre la maglia numero 23. Foé, fu l’ultimo giocatore a segnare per i Citizen nel loro vecchio stadio, il Maine Road, prima della demolizione. 
Qualche mese più tardi, ad agosto, ero in vacanza a Roma con la mia famiglia. Distrattamente dal pullman, notai un venditore di magliette taroccate. Il giallo del numero 17 su sfondo verde mi attirò di sfuggita, ma fu solo un passaggio: volevo averla, ma oramai eravamo già distanti. 
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