Heysel, in Memoria e Amicizia

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Su una facciata esterna dello stadio di Anfield, Liverpool.
 
«Il calcio ha conosciuto ieri sera la più grande tragedia della follia. Una montagna di morti, una strage, una carneficina. Tremano le mani a scrivere queste parole che sono il macabro mosaico di quella che avrebbe dovuto essere la finalissima di Coppa dei Campioni»  

 [Candido Cannavò]

Se osservate lo stemma del Liverpool, ai suoi estremi, ci sono due fiamme. Rappresentano le due tragedie sportive che hanno coinvolto il club inglese e i suoi tifosi: la strage di Hillsborough del 15 aprile 1989 e la strage dell’Heysel del 29 maggio 1985.
Chi va ad Anfield, lo stadio del Liverpool, come in una processione mista tra devozione e ricordo, si sofferma prima al memoriale di Hillsbborough, poi davanti alla targa dell’Heysel. In mezzo, quasi come anello di congiunzione, c’è il cancello con su scritto “You’ll never walk alone”.
Allo stadio Heysel, prima della finale di Coppa dei Campioni tra Liverpool e Juventus, morirono 39 tifosi, 32 italiani. Il Liverpool non dimentica, la Juventus non dimentica, chi ha un cuore non dimentica.
Rocco Acerra, Bruno Balli, Alfons Bos, Giancarlo Bruschera, Andrea Casula, Giovanni Casula, Nino Cerullo, Willy Chielens, Giuseppina Conti, Dirk Daeneckx, Dionisio Fabbro, Jaques François, Eugenio Gagliano, Francesco Galli, Giancarlo Gonelli, Alberto Guarini, Giovacchino Landini, Roberto Lorentini, Barbara Lusci, Franco Martelli, Loris Messore, Gianni Mastroiaco, Sergio Mazzino, Luciano Rocco Papaluca, Luigi Pidone, Benito Pistolato, Patrick Radcliffe, Domenico Ragazzi, Antonio Ragnanese, Claude Robert, Mario Ronchi, Domenico Russo, Tarcisio Salvi, Gianfranco Sarto, Amedeo Giuseppe Spolaore, Mario Spanu, Tarcisio Venturin, Jean Michel Walla, Claudio Zavaroni. 
 
 
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da ascolta come sottofondo
Heysel
di Stefano Reggiani
 
Anche il cielo quel giorno
avrebbe dovuto fare qualcosa.
Eppure non ha mosso un dito
come fa lo spazio nero
che sta sopra di lui.
 
C’era un bambino di undici anni
che teneva per mano papà
gli aveva detto che quello
era stato il viaggio più bello
di tutta la sua vita
e nessuno ha mosso un dito.
 
Perché quando il gioco si fa duro
nessuno si fa carico del peso
meglio piangere col senno di poi.
 
Io,
avrei voluto fare qualcosa
ma mio padre ha spento la tivù
e mi ha raccontato una storiella
per farmi dimenticare
che là, si stava solo giocando.
C’erano altri cuori là a tifare
mossi dalla passione
schiacciati dal macigno
di un’incomprensibile follia
e nessuno ha mosso un dito.
 
E noi figli del “col senno di poi”
che ora ricordiamo quel fardello
e 39 angeli che sono chissà dove
teniamo accesa la memoria
come un faro per i marinai
che immersi nelle intemperie
della vita
si dimenticano che in fondo
è tutto solo una partita. 



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