Bari non dimentica il genocidio armeno

«Il popolo armeno per quattro secoli non ha avuto il proprio Stato. Alla vigilia del genocidio, era destinato all’estinzione, ma paradossalmente non solo è sopravvissuto alla soppressione totale, ma nel 1918 ha anche ottenuto la prima Repubblica d’Armenia» 

 

BARI – Padre Grigoris Siranian parla ad una piccola schiera di armeni, riunitisi accanto al Khachkar (croce di pietra nella lingua originale) di Bari, nel piazzale Cristoforo Colombo.
 
Il 24 aprile anche il capoluogo pugliese ha ricordato il 99° anniversario del genocidio del popolo armeno, che tra il 1915 e il 1923, ha subito la repressione del governo dei Giovani Turchi. Gli storici stimano che persero la vita quasi i 2/3 degli armeni dell’Impero Ottomano. Attorno al Khachkar, opera dello scultore Grigoryan Ashot, si è voluto pregare per quei martiri. Il cippo funerario, infatti, è stato eretto nei pressi del mare proprio per ricordare il luogo dove, agli inizi del novecento, migliaia di armeni sbarcarono per fuggire alle persecuzioni. «Su questa croce – dice Padre Grigoris Siranian – non c’è Gesù perché è risorto. E’ la vita. E il disco solare, elemento diffuso nell’Anatolia orientale, è il simbolo dell’eternità ed è collocato in basso perché l’apertura verso il futuro dev’essere sorretta dalla forza delle radici, dalla forza del passato».

 
GLI ARMENI IN PUGLIA E IL POETA NAZARIANTZ – Il legame storico con la Puglia, da sempre cerniera tra Oriente ed Occidente, inizia nel Medioevo durante l’era bizantina. Un melting pot multietnico all’interno del quale convivevano greci, cristiani, musulmani, ebrei ed ortodossi. «Questa comunità è ormai parte integrante di Bari», ha detto Antonio Maria Vasile, assessore ai rapporti internazionali, presente durante la commemorazione, il quale ha aggiunto che «per questo vogliamo regalare alla comunità il giardino attorno al Khachkar, così da poter essere polo d’attrazione anche per le altre collettività». 
Quello tra Bari e l’Armenia è un un legame reso ancora più saldo da Hrand Nazariantz, esule poeta e giornalista, rifugiatosi a Bari nel 1913, dopo essere stato condannato a morte in contumacia da un tribunale ottomano. Nazariantz non solo fu ponte di scambio culturale tra l’Armenia e l’Europa, ma divenne anche il fondatore, nel 1924, del villaggio di Nor Arax, sorto nei dintorni di Bari, nel quale trovarono asilo un centinaio di profughi armeni. Accanto alla croce di pietra un’effige riporta la strofa finale di una sua poesia intitolata “Essere fratelli amare”. In ricordo delle vittime, è scritto: «Perdonare: profumare i cuori ai fiori del calvario…»

L’articolo è presente anche su Medi@terraneoNews

 

Tutto muore… Tutto passa… Essere fratelli, amare!
Essere fratelli, dividere il Pane e il Cuore,
il destino della Vita, il destino dell’Anima,
essere fratelli, nell’amore e nell’orgoglio di soffrire,
poter soffrire e sorridere ancora in un mondo di odio,
colui che sa sorridere aiuta colui che piange,
amando, come è dolce l’essere al mondo: essere fratelli, amare!
Tendere le mani profumate di pietà celeste,
ai Vinti, essere fratelli, dividere il tetto e il Sonno,
essere l’Asilo sicuro e accogliente dei feriti delle strade,
essere la buona Soglia, essere il buon Sole, l’attesa sorridente,
per quello della bisaccia, per quelli del bastone,
Essere fratelli, e non dire mai: “Venite domani!”…
Tutto muore, tutto passa…Essere fratelli, amare…
Vivere bene per bene amare
Perdonare; profumare i cuori ai fiori del calvario…
Essere il segno della croce sulla terra e sul cielo,
essere fratelli, essere semplici e puri:
Credere, Amare…credere,
all’Armonia, ai Ritmi supremi,
alla Giustizia dei Cieli,
poveri, credere sempre, le braccia tese alle Cime,
vivere bene, realizzare la propria anima, la carne è nulla…
E poi, chiudere gli occhi di carne per aprire quelli dello Spirito,
essere il Bacio di pace sulla bocca dei morenti
e poi, a nostra volta sorridere,
sorridere nell’ora della Morte…

[Essere Fratelli, Amare – Hrand Nazariantz]
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