Al minuto di silenzio preferisco un minuto di storia

Un minuto di silenzio nelle scuole. E’ stato deciso dal Consiglio dei ministri, dopo la tragedia di Lampedusa. Oggi però, almeno oggi, avrei ben barattato 60 secondi di mutismo imposto con 60 secondi di storia. Oggi sarebbe convenuto parlare, spiegare, capire. Ci sarà tempo per stare zitti, per dimenticare. Siamo fatti così. A Scicli, nel ragusano, il 30 settembre sono annegati in 13. Loro, assieme a 180 persone circa, erano partiti 6 giorni prima da Tripoli, in Libia, pagando 2.000 euro, e buttati in mare a colpi di cinghie dai scafisti, per velocizzare la fuga quando il peschereccio si è arenato a 50 metri dalla costa. Un minuto in più e sarebbero arrivati in Italia, quella che loro stesso hanno definito un passaggio di transito verso l’Europa. Un prezioso attimo in più che noi sperperiamo mettendo “off” al nostro cervello. Tra i sopravvissuti, uno è in gravissime condizioni. E’ stato investito da un’auto mentre fuggiva subito dopo lo sbarco. E’ in coma farmacologico con un ematoma cerebrale e una lesione all’osso temporale.  Queste cose non verranno scritte in qualche libro scolastico. Ovvietà come la frase stessa. Ma è anche vero a scuola non ricordo una lettura, che sia una, di quando eravamo noi italiani a morire in mare, o in qualche miniera. Ecco che 60 secondi bastano per andare su un qualsiasi motore di ricerca, prima ancora di leggere qualche libro, scrivere “emigranti italiani” e trovarsi dinanzi a questo risultato: 

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Le storie sono tante, dal profondo del tempo sono loro che cercano te. Una canzone popolare, cantata poi tra gli altri da De Gregori, faceva così: «E da Genova, in Sirio partivano. Per l’America varcare… varcare i confin. Ed a bordo cantar si sentivano, tutti allegri del suo destin. Urtò il Sirio un orribile scoglio. Di tanta gente la misera fin. Padri e madri bracciava i suoi figli che si sparivano tra le onde del mar. E fra loro un vescovo c’era, dando a tutti la sua benedizion»  
Sirio era una una nave partita da Genova il 2 agosto 1906 verso il Sudamerica, pieno di emigranti italiani. Avrebbe dovuto toccare le coste del Brasile, dell’Uruguay e dell’Argentina. Due giorni dopo, la nave passò da Capo Palos, nel Mediterraneo, nella zona di Cartagena. La nave si incagliò per via della scogliera che finiva in mare rendendo il fondale insidioso. Gian Antonio Stella, in “Odisee. Italiani sulle rotte del sogno e del dolore”, riporta la testimonianza del comandante della nave francese Maria Louise, che partecipò all’opera di salvataggio: «Vidi passare il piroscafo italiano Sirio che navigava a tutto vapore. Facevo notare il suo passaggio al collega di bordo quando osservai che esso si era improvvisamente fermato…Vidi la prua alzarsi, inabissando la poppa. Non vi era più alcun dubbio: il Sirio aveva avuto un urto. Subito feci dirigere il Marie Louise verso il Sirio. Udimmo allora una violenta esplosione: le caldaie erano scoppiate. Poco dopo vedemmo dei cadaveri sulle onde, nello stesso tempo delle grida disperate che chiamavano soccorso giungevano alle nostre orecchie».
Dubbi su quanti persero la vita. Chi parla di 292 vittime, chi ipotizza fino a 500. La beffa fu che nonostante i gravi danni, la nave affondò non prima di 10 giorni. Non a caso molti superstiti si salvarono semplicemente rimanendo a bordo. 
Come il Principessa Mafalda, ribattezzato il Titanic italiano. Era il 25 ottobre 1927, quando alle 17 circa ed a 80 miglia dalla costa del Brasile, si sfilò completamente l’asse dell’elica sinistra che roteando, creò uno squarcio nello scafo di poppa. Si scatenò il panico, alcune imbarcazioni raggiunsero il Principessa Mafalda, ma non si avvicinarono a prestare soccorso perché dalla nave stessa una colonna di fumo faceva temere un’esplosione. In realtà ogni pericolo era stato scongiurato, ma i radiotelegrafisti non riuscirono a mettersi in contatto con le navi vicine a causa di un guasto all’impianto elettrico. Un autentico dramma che si acuì con l’avanzare della notte. Vennero calate le scialuppe di salvataggio, ma poiché l’imbarcazione era inclinata a sinistra, molte dell’altro versante erano praticamente inutilizzabili. Nel frattempo a bordo si era creato il panico e molti passeggeri caddero o si gettarono in mare annegando. Secondo la stampa brasiliana alcuni naufraghi furono divorati vivi dagli squali. Morirono in più di 300. Leggo che i giornali di allora preferirono dare spazio alla retorica del comandante eroe che aveva voluto affondare con la nave. Per quell’Italia che gonfiava il petto per il suo prestigio nautico, non era concepibile ammettere che la stessa nave aveva avuto ripetuti guasti prima del naufragio annunciato. Ieri come oggi viviamo di retorica, di lutti nazionali e di minuti di silenzio.

Oggi Lampedusa è quel ricordo di terra, quel sapore di sale e di umanità. La porta verso l’Europa, dicono. Ieri la nostra porta verso il nuovo mondo era Ellis Island, un isolotto alla foce del fiume Hudson. Vedevi New York, vedevi una nuova vita. La sognavi prima ancora di toccarla, l’american dream. Un controllo, un marchio con il gesso se l’emigrante doveva ricevere controlli più accurati e poi si veniva lasciati in “alberghi” fatiscenti e minuscoli in proporzione alla massa di gente che ci finiva dentro. Ah sì giusto, come i Centri accoglienza richiedenti asilo (Cara) ed i Centri di identificazione ed espulsione (Cie).


Tra gli allacci presenti e passati che si rincorrono e si copiano, un documento mi ha fatto riflettere. La testimonianza raccolta da Giulia Viola in un articolo della Repubblica del 2009. I ricordi di una donna che scappò con suo marito il giorno dopo esser stato liberato da un campo di concentramento in Germania. Vi invito a sostituire Germania con un paese a vostra scelta tra Siria, Nigeria, Eritrea, Somalia e via dicendo. Stesso esercizio, con il nome della donna e del suo marito.

Altri fuggivano dopo aver visto la morte in faccia. «Ci imbarcammo sulla ‘Filippa’ senza documenti e senza un soldo il giorno dopo che Miguel tornò dal campo di concentramento in Germania», ricorda Letizia Garessio. Suo marito, Miguel Bautista Pistone, argentino nato da italiani emigrati in America a metà ‘800, era tornato in Italia dopo aver fatto fortuna e durante la guerra era finito in un campo di concentramento: «Miguel era pelle e ossa – dice Letizia -che cosa potevano fargli? Chi gli avrebbe impedito di salvarsi?». Gli dico che ora l’Italia respinge i profughi che vengono dal mare: «Meno male che siamo nati un secolo fa e che siamo scappati qui – commenta – . Miguel tornò in Italia solo una volta per vendere tutto e comprare una casa qui».
 
 
Ecco, mentre scrivo, il minuto di silenzio è già passato. Le scuole sono chiuse e non so di quel che si è fatto o si è detto. Ma prima di rileggere quanto ho scritto, al TGR della Lombardia, han parlato di una iniziativa, già organizzata da tempo, che si è svolta oggi 4 ottobre, nella scuola “Giovanni XXIII” di Pontevico, nel bresciano. 
Lilian Thuram, ex calciatore francese, ha incontrato alcuni studenti che, coordinati dall’insegnante Roberto Lana, lo scorso anno hanno realizzato una clip sul tema del razzismo, dopo aver letto “Le mie stelle nere” libro proprio dell’ex calciatore. Thuram, che gestisce una fondazione contro il razzismo, li ha incontrati per ringraziarli e per premiarli

La Fondation Lilian Thuram con il video dei ragazzi

Qui il servizio del TGR Lombardia a partire dal minuto 8.30

Mi piace essere (così) smentito…

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