Quando Berlusconi sconvolse il calciomercato come gli sceicchi e russi di oggi

In una fase storica nella quale il calcio italiano si sta impoverendo sempre più, nella quale “paperoni” spendaccioni acquisiscono società e saccheggiano i giocatori più rappresentativi, questo titolo potrebbe risultare anacronistico. E mentre ci sentiamo sempre più irritati nei confronti di perfetti sconosciuti che investono nel calcio europeo forse senza nemmeno conoscerlo, in pochi ricordano che quando Berlusconi decise di scendere (non solo metaforicamente, visto le sue entrate in elicottero in pompa magna quando arrivava a Milanello) nel mondo del calcio, lo fece sconquassando gli equilibri del mercato nazionale ed internazionale, al pari di quanto stanno facendo in questi anni magnati russi o sceicchi provenienti dall’Oriente.
 
Il pensiero di Berlusconi, condito da una sua rivoluzionaria ed ambiziosa visione del calcio, era semplice: per poter competere, per riportare il Milan ai livelli alti in Italia, in Europa e nel mondo (parafrasando un’espressione a lui cara), bisognava investire, spendere soldi per poter acquistare i calciatori migliori, possibilmente impiantandoli in una struttura collaudata che poggiava su pilastri italiani (da Galli, Baresi, Costacurta, Tassotti e Maldini).
 
Già nel 1986, anno in cui rivelò la presidenza dall’allora presidente Farina, Berlusconi sbaragliò la concorrenza (la Juventus in quel caso) acquistando Donadoni, promettente giocatore dell’Atalanta, alla cifra disarmante di 10 miliardi di lire. Per rendere meglio l’idea basti pensare che il Napoli pagò Maradona (sottolineo Maradona), per prelevarlo dal Barcellona, quasi 14 miliardi di lire. Il Milan ne spese 10 solamente per una giovane promessa e tale bastò per far capire a tutti che l’aria stava cambiando. Ed anche drasticamente. Negli anni successivi, infatti, la nuova presidenza portò tra le file rossonere Ancelotti per quasi 6 mld, Gullit per 13 (nuovo record per il Milan), Van Basten per quasi 2, Borghi per 3,5 mld, Rijkaard per quasi 6 mld. 
 
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Un climax ascendente che non si interruppe, ma che anzi doveva ancora portare ai botti più clamorosi, più eclatanti. Nel 1992 la Serie A fece un passo decisivo verso l’era moderna: aprì le frontiere agli stranieri senza limiti, con l’unico vincolo di schierarne al massimo 3 in campo. Ed il Milan fu lungimirante anche in questa circostanza. Berlusconi, infatti, acquistò i primi 2 classificati del Pallone d’Oro del 1991, Pierre Papin e Dejan Savicevic spendendo 24 miliardi di lire, bazzecole in confronto ai 18,5 miliardi spesi per Gianluigi Lentini, che rappresentò, in quel momento, l’acquisto più costoso della storia. Fantacalcio. 
 
Il Milan dominava in lungo ed in largo grazie anche alla bravura di Sacchi prima e di Capello poi. Poteva permettersi il lusso del turnover (concetto inesistente nei primi anni 90′), e sembrava impossibile tenergli testa. Le altre formazioni, infatti, sia in Italia che in Europa, solo successivamente iniziarono ad aumentare i loro fondi per poter allargare le proprie rose.
 
Soprattutto, il Milan tratteneva i campioni. Prima di vendere i vari Shevchenko, Kakà, Ibrahimovic o Thiago Silva per esigenze di bilancio, c’era un presidente che sconvolse il mercato, appunto perché di tasca sua copriva buchi e deficit senza limitare gli acquisti e le ambizioni della squadra.
Allora si chiamava Silvio Berlusconi, oggi si chiamano Florentino Perez, Roman Abramovich, Mansur, Al-Khelaifi, Al-Thani, ma in sostanza dov’è la differenza?
berlusca
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