La Russia non è un paese per gay

MOSCA. Mercoledì 3 luglio – Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato la legge federale che modifica alcuni articoli in materia di adozione di bambini orfani. In cosa consistono questi cambiamenti? Adozione o affidamento di bambini sono proibiti alle coppie dello stesso sesso.
Una decisione che si riflette anche sulle adozioni internazionali, chiaro riferimento a paesi, quali la Francia, dove i matrimoni gay sono regolarizzati. Il Cremlino ha definito la scelta «finalizzata a garantire che i bambini abbiano una educazione equilibrata nelle loro famiglie adottive e a tutelare la loro salute mentale».
 
Domenica 30 giugno – Un passo indietro di qualche giorno, ma che ha il peso di decenni di arretratezza, quando a Mosca, il presidente ex membro KGB, ha promulgato una legge dal forte saprore di censura che punisce qualsiasi atto di «propaganda omosessuale» in presenza di minori. O per essere più precisi «per la difesa dei bambini dalle informazioni che possono danneggiare la loro salute e il loro sviluppo», come è citato nel testo della legge. Una formula tanto generica e vaga da mettere in discussione qualsiasi tipo di manifestazione del pensiero. E da garantire un ampio margine di arbitrarietà ai poteri giudicanti. E’ sufficiente, infatti, che un qualsiasi atto in riferimento ai gay sia raggiungibile direttamente (cortei) o indirettamente (commenti su internet) da un ragazzo al di sotto dei 18 anni, per essere puniti. In che modo? Multe che spaziano dai 40 ai 50 rubli (1.000-1.250 euro) fino ad arrivare a 800mila – 1 milione di rubli (19mila-23.400 euro) per chi copre un ruolo all’interno della magistratura. Pene anche per gli stranieri, sanzionabili con multe fino a 100.000 rubli (circa 2.300 euro), possibilità di 15 giorni di carcere o di espulsione.
 
436 voti favorevoli. Zero contrari. Un astenuto – In realtà la firma di Putin è stata una formalità. La campagna per rendere nazionale la legge, infatti, durava da mesi e aveva superato tutti gli iter necessari. Il testo era stato già approvato il 26 giugno dal Consiglio della federazione russa, dopo che, l’11 dello stesso mese, aveva fatto lo stesso la Duma con 436 voti favorevoli, nessuno contrario e solo un astenuto. Un plebiscito che la dice lunga su come la Russia si stia muovendo controcorrente rispetto a paesi dove si è arrivati a discutere sulle nozze gay. L’unico contrario a questa decisione è stato Ilya Ponomarev, politico di 38 anni e membro di «Una Russia giusta», partito in aperta dissidenza contro le decisioni politiche di Putin.
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Stalin e la legge del ’33 – Ma questa firma, che a suo modo rappresenta una svolta, ha radici profonde e a quanto pare inestirpabili. Nel 1933 l’allora presidente dell’URSS, Stalin fece inserire nel codice legislativo penale l’articolo 121, che vietava i rapporti omosessuali. Un modo per tenere stretto il proprio potere e per ingraziarsi la Chiesa Ortodossa. L’omosessualità in Russia fu illegale per sessant’anni e fu spesso associata ad aberrazioni del comportamento umano, quale la pedofilia. Questo in parte motiva il sondaggio dell’istituto di ricerca indipendente Levada, nel quale è emerso che il 27% degli intervistati ritiene che la società debba garantire aiuto psicologico ai gay. Il 16%, invece, che gli omosessuali debbano essere isolati dalla società, il 22% che debbano essere curati e il 5% che debbano essere sterminati. Siamo nel 2013, 20 anni da quando il 29 aprile 1993 Boris Yeltsin, il primo presidente nella storia della Federazione russa, cancellò la legge, soprattutto a causa delle molte pressioni fatte dall’Unione Europea.
 
No a parate gay – A distanza di due decenni, però, sembrano esserci stati pochi cambiamenti. La Chiesa Ortodossa continua a considerare l’omosessualità «una piaga sociale» e di riflesso l’omofobia è alimentata nelle coscienze di molti. Così il Tribunale di Mosca può considerare legale il bando che vieta cortei gay, bandendoli per i prossimi 100 anni (fino al 2112), nell’indifferenza generale. Pochissimi sono i contestatori. Per lo più giovani iscritti al semi-clandestino movimento «Russian Lgbt Network», l’unico supporto pro-Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali e transessuali). Ma non è tutto. 
 
 
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Il giornalista cacciato perché gay – Chiedere a Anton Krasovsky, giornalista televisivo che il 25 gennaio ha dichiarato la sua omossesualità in tv e di considerarsi «un essere umano proprio come il presidente Putin e il primo ministro Medvedev». Un gesto consapevole delle polemiche conseguenti. Il giorno dopo, infatti, è stato licenziato dal canale televisivo per cui lavorava e ogni riferimento a lui è stato tolto dal sito. Lo ha fatto per infondere coraggio alla comunità gay sotto minaccia, accuse e sofferenze, come ha scritto in un articolo sul sito inglese The Guardian.
 
Torturato e ripudiato anche dai parenti – E soprattutto lo ha fatto dopo la brutale morte di Vladislav Tornovoi, 22 anni, ucciso a Volgograd da un gruppo di ragazzi (tra i quali anche suoi amici), dopo aver dichiarato la sua omosessualità. Il suo cadavere è stato trovato agli inizi di maggio in un parco giochi. Ferite alla testa e in tutto il corpo. L’ano violentato utilizzando bottiglie e bastoni. Genitali mutilati con parti del corpo parzialmente bruciate. Ma è nelle parole del padre Andrei che è racchiusa una Russia che rifiuta, isola e denigra gli omosessuali. Una Russia che non è un paese per loro. «Non era gay. Vogliono solo disonorarlo».
 
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