Arte, memoria e due stanze vuote da riempire…

BARI – Due stanze anonime. Muri bianchi come fogli in attesa di una penna, di un colore o di una ispirazione. Attraverso l’arte, con il suo linguaggio, è possibile dare vita a delle forme e a degli spazi che non hanno identità. Da questa idea nasce «Two memory rooms», progetto espositivo curato da Giuliana Schiavone e realizzato all’interno della galleria Spazio Giovani, in via Venezia nel cuore della Città vecchia. Una collettiva di giovani artisti pugliesi uniti dalla memoria, tema che allaccia le opere esposte, ciascuna portatrice di una personale versione. Le pareti racchiudono un inventario di ricordi che fondendosi con l’arte diventano esperienza di condivisione collettiva, non solo momentanea o destinata a perdersi nel tempo. 

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Proprio il concetto di interazione è alla base dell’installazione di Marco Testini e Teresa Romano, i quali attraverso l’uso del QR code (codice a barre che riproduce elementi visualizzabili tramite smartphone) invitano l’osservatore ad addentrarsi nell’opera superando quella stasi di contemplazione passiva. Oppure facendo nascere in loro la curiosità, la stessa che svela la genesi dell’opera di Cosma Peppino: impronte sonore impresse su tela e ricreate dalla reazione dell’amido di mais alle vibrazioni di un woofer. In Francesco Mangini, invece, è l’infanzia ad essere rappresentata ricostruendo sagome di bambini che, sospese sul vetro, si completano con uno sfondo fotografico. La fusione inusuale di oggetti estrapolati dal quotidiano, anima le reinterpretazioni del gruppo CRISA (Cristina Mangini ed Elisa Zambetta). E poi, Giuseppe Volpe e l’uso della cera che solidificandosi ingloba tracce di inchiostro nate dalla casualità. Le storie di vita che si consumano in quelle strade che percorriamo senza mai osservarne i dettagli, raccolte da Giulia Barone. Ancora, le ibridazioni di Patrizia Emma Scialpi, nate come conseguenza di imperfetti innesti d’anime e corpi, vegetali e umani, depositati lentamente sulla carta. Le icone surreali di Red Zdreus, su sfondi cartacei di parole seriali. Ed infine la dimensione apparentemente ludica e provocatoria di Dario De Leo tradotta con stesure rapide e dagli intensi cromatismi.

Puoi leggere l’articolo anche su Medi@terraneoNews

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