Terzi si dimette: non volevo rimandare in India i marò

ROMA – Stupore, irritazione, amarezza e sorpresa. La lista di aggettivi da accostare alla decisione del ministro degli Esteri, Giulio Terzi, di dimettersi dopo il rientro dei due soldati pugliesi in India, potrebbe essere infinita. In questo pasticciaccio, l’Italia si veste da una qualche maschera di buffone di corte agli occhi internazionali. Perché quando si sarebbe potuto risollevare la nostra credibilità, ci si dimostra nuovamente deboli e fragili. Un’altra volta.
Si attendeva in Parlamento l’informativa del ministro Terzi per spiegare il dietro-front sulla decisione, poi annullata, di trattenere Massimiliano La Torre e Salvatore Girone in Italia, invece di rimandarli in India dove sono accusati dell’omicidio di due pescatori. Invece ha spiazzato tutti. «Mi dimetto in dissenso con il Governo – ha detto il ministro – non volevo rimandare in India i due marò».
E’ la prima volta che un ministro rassegna le proprie dimissioni in Parlamento. Dai piani alti della Farnesina, a Monti, a Napolitano tutti hanno sgranato gli occhi al suo annuncio. Inevitabile la confusione e l’irritazione. Il ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola si schiera contro: «Sarebbe facile dimettermi. Non abbandonerò la nave con Massimiliano e Salvatore a bordo fino all’ultimo giorno del mio mandato». Terreno fertile per i giornali che paragonano la querelle tra i due ministri a quella tra i comandanti Schettino e De Falco, noti per la vicenda della Costa Concordia. Come se in questo calderone scarseggiassero gli ingredienti.

Giusto dimettersi, forse sì, ma la scelta è stata presa fuori tempo. Perché la toppa per ricucire lo strappo andava posta sin da subito. Perché non è ammissibile rimangiarsi la parola. Non dopo che le autorità e la stampa indiane avevano elogiato la correttezza italiana nel far rientrare i due soldati dopo le vacanza natalizie. Una fiducia venuta meno l’11 marzo quando la Farnesina annuncia di voler trattenere in Italia i due soldati, in licenza di 4 settimane concessa da New Delhi, per consentire a La Torre e Girone di votare alle politiche. Poi la presa di posizione dell’India, irritata, che proibisce all’ambasciatore italiano Daniele Mancini di lasciare il Paese.
Un tira e molla che si conclude il 22 marzo: i due marò rientrano in India dopo che il governo indiano ha «promesso» di non applicare nei loro confronti la pena di morte, pure prevista dal codice penale.
«Sono solidale con i due marò e le loro famiglie e perché ritengo oggi, come ritengo da quarant’anni, che debba essere salvaguardata sempre l’onorabilità del nostro Paese, delle forze armate e della diplomazia italiana», ha infatti dichiarato l’ex ambasciatore italiano a Washington. Ma l’istrionico gesto, a giudicare la reazione di Vania Girone, moglie di Salvatore, non è stato capito. «Non è il momento di dividersi o di sottrarsi – ha dichiarato la donna aggiungendo che – troppo spesso qualcuno dimentica che i nostri cari sono innocenti fino a prova contraria». Attori, dunque, del dramma. Ma anche pedine da spostare a proprio piacimento. «Siamo militari e sappiamo obbedire» hanno affermato i due marò poco prima di ripartire dall’Italia. In questa storia esiste ancora qualcuno che rispetta le regole.
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