Gigi Meroni, ragazzo sciagurato fuori dall’ordinario

«…li faccio sognare, in balia del mio spirito innocente, li stupisco sempre sono un giocoliere, li faccio godere geniale, anarchico e irriverente, tutti battono le mani, si alzano improvvisamente, per non perdere di vista la palla avvelenata che sembra impazzire innamorata, quando sulla fascia vola la Farfalla Indiavolata…»

“Chi si ricorda di Gigi Meroni?” Questo è il titolo della canzone dalla quale sono tratte le parole. Come rispondere a tale domanda?
Genio, giocoliere, funambolico, irriverente, anarchico…tanti aggettivi che dipingono Luigi “Gigi” Meroni, tra i più geniali calciatori italiani degli anni Sessanta, sciaguratamente scomparso, a Torino, all’età di 24 anni.
 
In carriera ha indossato le maglie del Como (25 presenze e 3 goal), del Genoa (40 presenze con 6 reti) e del Torino di Nereo Rocco, collezionando con i granata 103 presenze e  22 goal.
Un ragazzo straordinario nell’accezione che troviamo sui dizionari: “fuori dall’ordinario”, fuori dagli schemi tradizionali. E allora anche questo pezzo farà altrettanto, raccontando Gigi attraverso un elenco, in ordine alfabetico, di quegli aspetti che lo hanno reso indimenticabile.
 
Artista: molto spesso snaturata dall’utilizzo (alle volte improprio) del mondo pallonaro, questa parola sottolinea la bellezza e l’eleganza espressa da un calciatore. Lui, Gigi, era certamente bello ed elegante sul terreno verde di gioco, ma aveva passioni un po’ naif o forse semplicemente strambe, da renderlo artista anche fuori dal campo di calcio.
Nella fredda città piemontese, infatti, trovava calore e conforto dipingendo: gli piaceva l’arte e la pittura, un passatempo che si portava dietro sin da quando era ragazzino e che il successo non affievolì. Da giovane lavorò anche come disegnatore di cravatte di seta, un mestiere che gli piacque e che perfezionò fino ad arrivare a disegnare i propri abiti. Creava il modello, sceglieva lui la stoffa ed affidava tutto al sarto.
 
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Anticonformista: era un ventenne e come ogni ragazzino che si affaccia all’età adulta era infiammato da una ribellione adolescenziale. Ma era una ribellione positiva: rispettoso delle regole, mai fuori dalle righe, non pensava minimamente a cambiare il mondo, ma di fatto, il suo modo di vivere stravagante o semplicemente da ventenne un po’ guascone, destabilizzò l’Italia bigotta. Era un mezzo scapigliato (giusto per rimanere in tema d’arte). Calzini abbassati e maglia da fuori; prima i baffetti, poi capelli portati più lunghi e poi la barba. «Se vai dal parrucchiere, potrai andare in Nazionale», roba da ridere a pensarlo oggi, eppure il concetto era questo. Accettò dinanzi alla possibilità di perdere il treno azzurro, poi divenuto famoso ed idolo di molti ragazzi che lo emulavano, l’allenatore dell’Italia dovette chiudere più di un occhio. Erano gli anni dei Beatles, ed un po’ ci somigliava: facile e scontato il soprannome. In Inghilterra c’era George Best definito il “quinto Beatle”, da noi Meroni era semplicemente il “Beatle italiano”. Viva la fantasia..
 
Balilla: l’elegante vecchia Fiat Balilla. La “sua” macchina che lo distingueva dalla massa. Gli altri in giro con le nuove Fiat, lui si riconosceva in quella, elegantemente nera.
 
Cristiana: lui l’artista, lei la sua musa ispiratrice. «La bella tra le belle al Luna Park» (sempre nella canzone), nipote del giostraio del parco giochi di Genova, dove Gigi la vide e decise di non farla uscire più dalla sua vita. Era innamorato, tantissimo, al punto tale da fare avanti e dietro tra Genova e Milano (dove viveva lei) e non riposare. Dinanzi al lei, per lei, tutto il resto scivolava in secondo piano. Il biondo dei suoi capelli, rendevano grigio tutto ciò che li circondava. Fece un patto con il Genoa quando era in odor di convocazione della Nazionale B. Disse: «Gioco, vi faccio rimanere in Serie B, ma prima della fine del match, fasciatemi la gamba così non vado in ritiro» Come andò a finire? Due goal di Meroni, Genoa ancora in B ed un gesso applicato alla gamba “solo” per stare un paio di giorni con Cristiana che era scesa.

Sfidò, anzi, ignorò il sistema prevenuto e chiacchierone che, soprattutto quando viveva a Torino, mal digeriva il rapporto tra un calciatore, così in vista, ed un ragazza, separata, che aveva avuto alle spalle una precedente relazione. Ma lui andava oltre.

Derby: quello della Mole Antonelliana, quello più amaro perché lui oramai non c’era più. Lo si giocò appena dopo una settimana dal tragico incidente in una atmosfera surreale: entrambe le tifoserie in silenzio mentre assistevano alla caduta di alcuni fiori, lanciati da un elicottero, che vennero poi posati lungo tutta la fascia destra, la sua “zona di competenza”. Dopo il match con la Sampdoria, nella quale Nestor Combin segnò una tripletta, Meroni (così riferisce Combin stesso) disse all’attaccante che anche contro la Juventus avrebbe segnato tre goal. Combin, volle giocare a tutti i costi quella partita, nonostante un attacco febbrile. Andò in rete per tre volte nel 4-0 finale con il quale i granata sconfissero la Vecchia Signora. Ironia (c’è sempre lei di mezzo), fu la prima stracittadina vinta dopo sette partite, la prima senza Gigi che mai riuscì ad esultare contro i cugini rivali.
 
Esterno destro: alla domanda «preferisci entrare in porta con il pallone o magari fare il regista a centrocampo?» Gigi rispose che per lui era importante fare goal, senza dribblare tutti.
Mentiva: era un’ala destra estrosa capace di dribbling ubriacanti e di invenzioni geniali, veloce, guizzante, una “farfalla” come venne definito in sporadiche occasioni. Ma era un genio imprevedibile che seguiva il suo istinto e come tale non poteva essere imprigionato in uno schema specifico. A lui, infatti, era permesso anche accentrarsi in mezzo al campo per dar pieno sfogo alla suo essere estroso.
 
Gallina: «Se gli altri vanno in giro con i cani, perché io non posso andare a spasso con una gallina?» Nulla da obiettare. Guinzaglio al collo, portava in giro la sua fida amica, gelosa di Cristiana al punto da beccarla, ma si dimostrava calma e pacata con Gigi. E se ne andava in giro a Torino, mica un paesino sperduto delle Alpi…

 

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Folle: dopo quanto detto c’è da aggiungere altro?
 
Inter: o meglio la “Grande Inter” di Helenio Herrera, quella che nel 1967 dopo tre anni di imbattibilità in casa, capitolò a San Siro proprio per via di un goal di Meroni. Fu una partita frizzante per l’ala destra del Torino, che si muoveva leggero e che si difendeva coi denti contro Facchetti, ma a sgusciare era sempre lui. Imprevedibile come quando, appena dentro l’area, segnò un goal con un tocco morbido a giro che si insaccò sul lato sinistro della porta. La fotografia che rappresenta, forse, il punto più alto della carriera di un ragazzo che doveva ancora sbocciare. Una partita giocata con l’animo sereno di chi la notte precedente non dormì, ma aspettò sotto la pioggia la sua dolce amata per riappacificarsi dopo un litigio.
 
Insurrezione popolare: dopo il goal a San Siro, gli occhi di tutti vanno su quel ragazzino con la maglia granata ed il numero 7. Due occhi, però, sono i più temuti: quelli di Gianni Agnelli, presidente della Juventus. Allora era difficile dire di no al presidente bianconero e lui voleva Meroni a tal punto da offrire al presidente del Toro, Orfeo Pianelli, una cifra superiore ai 700 milioni di lire. Appena questa voce circolò tra le vie della città piemontese, una folla di tifosi granata protestò contro questa possibile cessione che di fatto, ufficialmente (ma c’è da credere il contrario) non fu mai presa minimamente in considerazione.
 
Morte: come definirla?Fatalità?Evento nefasto?
La sera del 15 ottobre 1967, dopo aver giocato e battuto la Sampdoria per 4-2, Meroni e Poletti uscirono assieme per incontrare le rispettive fidanzate e mentre attraversarono corso Re Umberto, a pochi passi dalla casa di Gigi e vicino allo stadio Comunale, una macchina sfiorò Poletti, colpendo alla gamba sinistra Meroni che venne scaraventato al centro della strada e colpito a morte da una macchina che proveniva in senso opposto.
Una tragica morte accentuata dal sapore di beffa e di ironia. Ci si domanda se c’è qualcuno (lassù, laggiù, a destra o a sinistra..fate un po’ voi) che si diverte a giocare intrecciando destini. Alla guida dalla prima auto, quella che lo colpì alla gamba, c’era Attilio Romero, studente e tifoso granata che sul cruscotto aveva la foto del suo idolo del cuore, Gigi Meroni, e che prese parte nei “moti” derivati dalla possibile cessione del numero 7 alla Juve. Trentatré anni dopo, lo stesso Romero diventerà presidente del Torino.
Aldo Agroppi, non può dimenticare quel 15 ottobre 1967: «Gioia per l’esordio in A e dolore alla notizia dell’incidente. Dopo le partite Fabbri ci voleva in ritiro per evitare che andassimo in discoteca. Quel pomeriggio vincemmo e insistemmo tanto che il mister ci lasciò liberi. Avessimo perso, Gigi non sarebbe stato investito». Quella maledetta vittoria…

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Aveva 24 anni e lui che amava la pittura, stava dipingendo un quadro, un ritratto della sua Cristiana. Ci provava e riprovava, ma non riusciva a dipingere gli occhi: voleva rendere perfetto lo sguardo di una ragazza innamorata. E’ rimasto un quadro incompiuto, come la vita di un ragazzo che (trovando positiva risposta alla domanda di apertura) non verrà mai dimenticato.
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