Simoncelli e Zanardi, destini (quasi) incrociati

L’idea di stesura di questo articolo nasceva con ben altri pensieri. Il mio piacere sarebbe stato quello di scrivere, raccontare e ricordare la vita di un grande, grandissimo uomo. Avrei voluto celebrare il 45esimo compleanno di Alex Zanardi, colui che, senza falsa retorica, reputo un modello da seguire, uno che con genuinità ti insegna a vivere.
La vicenda è nota: nel settembre del 2001, è stato vittima di un terribile incidente, durante un gran premio della Formula CART in Germania. Una collisione tra la sua vettura e quella di un altro pilota, che gli ha causato la lacerazione istantanea degli arti inferiori con conseguente emorragia. Drammatici istanti, nel quale la vita di Alex sembrava scappare via per sempre, l’estrema unzione fatta in fretta e furia poco prima di abbandonare il circuito, litri di sangue persi e una corsa (ironia del destino) disperata verso l’ospedale. Successivamente dirà, riferendosi alla gara ed agli ultimi giri: «Domino, come ai bei tempi, i sorpassi mi riescono facili, i pit-stop sono perfetti, sento la macchina rispondere ai miei comandi come non accadeva da tanto. E come non accadeva da tanto mi diverto, sono felice, mancano solo tredici giri alla fine e sto vincendo. Solo che per fare quei tredici giri, dovrò aspettare un anno e mezzo, perché per adesso, scende il buio»
 
La grandezza di questa eterno ragazzone sta proprio qui: cala il buio più crudele, come macchia di petrolio che invischia chi ci finisce dentro, ma esce dal coma e si rialza. Nel vero senso del termine. E riacciuffa la sua “nuova” vita, assolutamente non dissimile da quella condotta precedentemente, perché i suoi affetti rimangono immutati, lo stesso per le sue passioni, la prima specialmente, quella per le corse in auto. Riuscirà a concludere quei 13 giri e poi sarà il primo pilota nella storia a competere ufficialmente in una gara con piloti normodotati. E non si è più fermato: vincerà anche qualche titolo e si proietterà nel mondo dell’handbike.

E allora non riesco a far a meno di pensare a questa beffarda coincidenza. Perché so che “solo” di questo si tratta, so che non c’è nessun disegno superiore, ma più mi soffermo a riflettere, più penso a questa fatalità del caso. Due vite, dannatamente simili, in un punto ben preciso, domenica 23 ottobre, si sono sfiorate, si sono incrociate, ma hanno assunto percorsi diversi, epiloghi tragicamente opposti. Due piloti, entrambi romagnoli, con quel simpatico accento e con quel modo di sorridere alla vita, entrambi con la stessa passione per la velocità, per quella scarica di adrenalina che essa sola sa suscitare e che solamente lei può appagare. Infondo Simoncelli lo pensava per davvero: «Si vive di più andando cinque minuti al massimo su una moto come questa, di quanto non faccia certa gente in una vita intera».

 
Simoncelli non riuscirà mai a concludere quei suoi giri restanti, ma sarà sempre viva l’immagine e il ricordo di un 24enne smaliziato, guascone e buffoncello che con quei suoi capelloni l’hanno reso amato e stimato da tutti.
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