Laddove finisce il gatto


Storia di cappelli e di gatti. Storia nella quale rispecchiarsi…

 

Proprio in quei giorni e in una di quelle cittadine dell’Europa Orientale dove molto vivo pare si sentisse lo scontro fra tradizione e modernità, un gentile si presentò a un famoso talmudista per chiedergli: «Mi sapresti dire perché voi ebrei tenete la testa sempre coperta?» 
Il talmudista stava scaldandosi al sole su una panca addossata alla sua casa, con il gatto sulle ginocchia. Guardò il gentile. Riconobbe in lui uno di quegli esemplari dell’umana superiorità, per i quali in nome dell’umana uguaglianza di diritti, le diversità diventano cagione d’offesa oppure ragione di scherno e gli chiese: «E tu mi sai dire perché quando lo accarezzo, il gatto alza la coda?» Il gentile represse il sorriso e forse non per la prima volta si chiese da cosa mai potesse essere nata la fama d’intelligenza dei talmudisti. Rise poi apertamente quando il talmudista rispose da solo alla propria domanda dicendo: «Il gatto alza la coda per far capire a chi lo accarezza che lì, con la fine della coda, pure il gatto finisce»
A questo punto il talmudista fece una pausa, sorrise anche lui e concluse: «Siccome si sa che gli esseri umani non sono modesti come i gatti, l’ebreo deve tenere la testa coperta per ricordare sempre a se stesso, e non dimenticarlo mai, che dove posa il suo cappello, lì anche lui finisce» 
 
[Giacoma Limentani, Scrivere dopo per scrivere prima]
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